L’on. Sonnino sulle orme di altri osservatori locali e sulla base di dati statistici—incompleti ed inesatti—sin dal 1876 riconobbe che la proprietà è pochissimo divisa, specialmente nella parte interna e meridionale dell’Isola dove «manca una vera classe di proprietarî piccoli o medi e si salta invece d’un tratto, dal grande proprietario che possiede migliaia di ettari, al piccolo censuario di poche are di terra. La censuazione dell’asse ecclesiastico ha modificato pochissimo queste condizioni della proprietà giacchè la immensa maggioranza di quelle terre è passata tale e quale nelle mani dei grossi proprietari.» (I contadini ecc., pagine 174 e 175).
Il Prof. Basile molti anni or sono constatò che dal 1852 al 1871 il numero dei proprietarî era disceso da 608,601 a 549,957; c’era dunque diminuzione, nonostante il censimento dei beni dell’asse ecclesiastico, da cui si sperava un aumento notevole; e lo stesso Basile riconfermò il fatto doloroso nel 1894.
Il sacerdote Genovese la osservazione generica volle dettagliare per un sito da lui esattamente conosciuto. Egli scrive: «Il comune di Contessa Entellina, in provincia di Palermo, ha un agro di circa 9000 salme di terra (la salma di Contessa corrisponde ad ettari 2,67). Ebbene, quante ne possiede la generalità dei suoi tremila abitanti? Appena 300 salme: precisamente il 3 % di tutto il vasto territorio! E le altre 8700 salme? Non è d’uopo dirlo: eccetto una minimissima porzione spettante a pochi altri piccoli proprietarî, sono tutte possedute da non più che venti benestanti, tra principi, conti, baroni e cavalieri!» (La quistione agraria in Sicilia, Milano 1894).
Il caso di Entella è quello di cento altri comuni; e in qualcuno—ad esempio Terranova, Siculiana, ecc., ecc.—la concentrazione della proprietà in poche mani è maggiore.
Si avverta altresì che la qualifica di proprietario in Sicilia come in Sardegna spesse volte non è che una ironia. Si tratta di proprietà polverizzate o si limita alla proprietà di un lurido tugurio, che serve di abitazione e che non ajuta a vivere. I più di questi proprietarii, osservò l’on. Damiani nel volume dell’Inchiesta agraria dedicato alla Sicilia, sono da considerarsi piuttosto come proletarî.
LE CONSEGUENZE DEL LATIFONDO
Sono invero una realtà indiscutibile tutte le tristi conseguenze della esistenza della grande proprietà, del latifondo; conseguenze varie e complesse politiche, economiche, morali, e intellettuali.
«Il latifondo, osserva il Baer, mantiene e conserva una deplorabile dissonanza fra le istituzioni politiche ed amministrative e fra la legislazione civile, che la Sicilia ha comuni al resto d’Italia e le condizioni reali di quella società e della proprietà territoriale. Ed è risaputo che quando siavi tale dissonanza gli effetti delle istituzioni e delle leggi sono alcuna volta nulli, il più soventi perniciosi.» (Il latifondo in Sicilia nella Nuova Antologia, 15 aprile 1883). E la dissonanza nasce dalla mancanza di un numero sufficiente di piccoli e medii proprietarî.
La esistenza della grande proprietà presuppone la correlativa preponderanza numerica di proletariato agricolo: il quale è più infelice dove l’ex feudo, il latifondo è coltivato dal fittabile; peggio ancora se quest’ultimo lo suddivide ad altri gabellotti minori. Allora il salariato è in condizioni peggiori dello schiavo: ed esso mangia quel pane, di cui dalla provincia di Palermo mi si mandarono due campioni, che suscitarono la indignazione di quanti lo videro nella Camera dei deputati e fuori. La sua non è più vita, che oggi possa considerarsi come umana. Non deve sorprendere se insorge e cerca ripetere le Jacqueries; ma deve soltanto far meraviglia che tanto tempo abbia aspettato per ribellarsi!
IL FITTO