«Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo e cominciarono a gridare in piazza: «Viva la libertà!»
«Come il mare in tempesta, la folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciola.»
«A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri!—Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie.—A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l’anima!—A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero!—A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente!—A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno!»
«E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue!—Ai galantuomini. Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!»[28]
L’arte non poteva meglio riassumere gli odî generati da secolari ingiustizie esplodenti quando al grido di Viva la libertà! gli oppressi credevano che fosse arrivata l’ora della vendetta e della riparazione.
NOTE:
[28] Il Verga pubblicò questa novella nella Domenica letteraria del Martini, nel Marzo 1882. Fu riprodotta nelle Novelle rusticane edite dal Casanova di Torino nel 1883.