XIII.
NULLA È MUTATO!

Più volte s’è già accennato al carattere di permanenza delle descritte condizioni della Sicilia. Ma nell’animo di molti potrà esser rimasto qualche avanzo di ottimismo, il quale avrà potuto indurlo a credere che i più dolorosi tra i mali da cui è afflitta l’isola nostra siano eredità del passato—per quanto prossimo—e che qualche miglioramento riparatore si sia ottenuto per opera del governo, o dei maggiorenti meglio avvisati de’ pericoli a’ quali viene esposto l’organismo sociale dal perdurare di condizioni di fatto divenute assolutamente anacronistiche, oggi, in mezzo all’Europa che, più o meno, s’è venuta trasformando.

Ebbene! ogni illusione deve essere bandita, e bisogna confessare con vergogna, che i mutamenti in meglio, in rapporto alle classi lavoratrici sono tale povera cosa, che si possono considerare come non avvenuti. Ma con ciò non s’intende negare che negli strati superiori siano avvenute sensibili modificazioni.

L’OPERA DEL GOVERNO BORBONICO

Il Baer con equanimità assegna la parte di responsabilità ch’è dovuta al governo borbonico nel mantenimento di un regime feudale che sarebbe stato suo interesse far scomparire per vederlo sostituito da un forte ceto medio, perchè in fondo le opposizioni più pericolose e più continuate gli vennero dall’aristocrazia che voleva conservare o riprendere interi tutti i suoi privilegi economici e politici. Ma esso pur avendo mostrato la intenzione di abbattere le istituzioni feudali—e glielo suggeriva la propria convenienza—volle seguire metodi proprî, che riuscirono impotenti, essendo frenati e paralizzati tutti i buoni tentativi dal soverchio timore dello innalzamento della parte popolare.

«Perciò la dinastia borbonica si chiarì impotente a fare il bene, debole nel pigliare ogni provvedimento d’interesse generale, solo violenta e perfino crudele ogni qualvolta temeva pel suo potere.» (Baer).

Degli intendimenti lodevoli e dei tentativi del governo borbonico per mutare e migliorare rimangono numerosi documenti ufficiali a farne fede. Colla legge dell’11 ottobre 1817, coi decreti del 2 Agosto 1818, del 20 maggio 1820 col reale rescritto del 18 ottobre 1821, con altri decreti del 30 luglio 1823, del 10 febbraio 1824, coi regolamenti del 24 ottobre e del 22 dicembre 1825, 3 gennajo 1836 e 20 ottobre 1834, 12 novembre 1838, si ordinarono inchieste e s’imposero scioglimenti di diritti promiscui, si cercò di dipanare l’arruffata matassa delle soggiogazioni, si tentò di porre riparo alle dilapidazioni e alle usurpazioni perpetrate a danno delle opere pie, si tentò d’infrenare l’usura; ma tutto riuscì sempre vano, perchè baroni, magistrati e funzionari di ogni genere, stretti in mostruosa lega, resero ognora lettera morta leggi, regolamenti e decreti opportuni e benefici, ed il governo non seppe contrapporre la propria forza attiva alla resistenza dell’inerzia.

LA PERMANENZA DEL FEUDALESIMO

Del male intanto si aveva conoscenza esatta; chè in un decreto del 12 ottobre 1838, all’indomani del viaggio di Ferdinando II in Sicilia, si legge: «le vaste contrade nude, deserte, mal coltivate, che s’incontrano in Sicilia, non ostante la loro feracità naturale ed il favore del clima, non potranno essere migliorate finchè durerà l’esistenza di più padroni sullo stesso fondo. Volendo accelerare la esecuzione delle leggi, che da epoche remote hanno proscritta la indicata condizione della proprietà, perniciosa a tutti ecc. ecc.» In un altro decreto dello stesso anno 1838 è detto che «il languire dell’agricoltura e della pastorizia, e la miseria d’intere popolazioni, debbono attribuirsi in gran parte alla esistenza degli abusi feudali, delle promiscuità e delle liti degli ex-baroni coi Comuni, ecc.»

Dopo, nei momenti della peggiore reazione, nel 1849 e nel 1852, il principe di Satriano emanò decreti contro l’usura, e per favorire lo spezzamento dei latifondi; sempre inutilmente.