Certo è che l’on. Crispi, nella relazione al Re, la quale precede il decreto sullo stato di assedio, volge la grave accusa al suo predecessore on. Giolitti, di avere saputo dalle competenti autorità dei gravi avvenimenti che si preparavano in Sicilia e di non aver provveduto. Dell’accusa l’ex Presidente del Consiglio non si giustificò mai e lasciò passare tutta la lunga discussione parlamentare sulle cose di Sicilia in un mutismo inesplicabile.

Chi scrive, come siciliano, come pubblicista e come deputato, aveva più che altri il dovere di avvertire che dolorosi avvenimenti si preparavano nel suo paese natio; ed a tale dovere non venne meno.[39]

Nel 1892 nell’Isola (N. 144) avvertii genericamente la gravità delle condizioni dei municipii e le possibili dolorose conseguenze, come si può rilevare da questo brano: «I governanti e i politicanti italiani preoccupati sinora quasi esclusivamente delle Finanze dello Stato hanno troppo trascurato la misera condizione economica delle amministrazioni comunali e provinciali; dimentichi che il dissesto dei comuni e delle provincie e il carico tributario imposto dai corpi locali gravita maggiormente sui contribuenti, perchè più direttamente e palpabilmente sentito; perchè rappresenta la goccia che fa traboccare il liquido dal vaso!

«Che sia così, se altro non ci fosse, lo proverebbe il fatto, che le maggiori odiosità le raccolgono i municipî, che meno dovrebbero raccoglierne, poichè le spese e le tasse, che fan capo ad essi, alla fine, mirano alla soddisfazione dei bisogni locali più urgenti e sono sorgente di benefizî incalcolabili. Gl’incendi dei registri, delle case comunali pur troppo sono frequenti in Italia; e i casi dolorosissimi—per citare i più noti—di Calatabiano e di San Luri sono il prodotto del malcontento profondo e generale contro i municipî.»

IL PERICOLO DI RIBELLIONI IN SICILIA

Fui più preciso, quasi matematico, il giorno 30 Gennaio 1893 nello svolgimento della interpellanza sull’eccidio di Caltavuturo. Allora un doloroso presagio di ciò che fatalmente si maturava mi fece esclamare: «Io non so se la Sicilia potrà ripresentare il fenomeno di una guerra servile; so però che l’odio dei contadini contro i cosidetti galantuomini è vivissimo; dovunque esiste il latifondo quest’odio è profondo. In Sicilia il pericolo delle ribellioni agrarie è permanente e, se non provvederemo, dovremo assistere a qualche risveglio veramente doloroso!» (Atti parlamentari. Tornata del 30 Gennajo 1893 p. 992).

Non basta. In giugno dello stesso anno mi pervennero notizie allarmantissime e quando tutti coloro, che dovevano conoscere la situazione tacevano, io—spintovi anche da due cari amici socialisti—scrissi una lettera al direttore della Tribuna, ch’era un vero grido di allarme e che venne reso più significante dai commenti dell’on. A. Luzzatto. In quella lettera, tra le altre, scrissi queste parole che gli ultimi fatti hanno sinistramente illustrato:

UN ALTRO GRIDO DI ALLARME

«In Sicilia i segni precursori di qualche esplosione di carattere sociale non sono rari. Vi sono scioperi di contadini e di zolfatari; vi sono sommosse, vi sono lamenti generali e proteste contro uno stato di cose, che si giudica intollerabile; vi sono reati caratteristici e simili a quelli agrarî d’Irlanda; vi è, infine, un sordo rumore, che si leva, da per tutto rinforzato dalla voce irata o lamentevole dei fanciulli e delle donne, che fa mestamente pensare quanti hanno orecchie per sentirlo e cuore per comprenderlo. E in verità alle cause, per così dire naturali e molteplici del disagio—che tanto più si avverte in quanto che segue ad un periodo a rapido svolgimento di prosperità—si aggiunge la soma insopportabile dei balzelli governativi, provinciali e comunali.»

È bene notare, che i due socialisti, che mi consigliarono a dire una parola di calma ai lavoratori e a dare un avvertimento al governo, messosi sulla via della più dissennata provocazione, furono l’avvocato Gaetano Rao di Canicattì—arrestato appena venne proclamato lo stato di assedio come promotore di disordini, rilasciato dopo alcuni mesi di prigionia, poscia ricercato di nuovo ed ora latitante—e Garibaldi Bosco. E non è inutile aggiungere che l’onor. De Felice quando conobbe il contenuto di quella lettera, voleva firmarla, associandosi a me.