L’opera dell’on. Giolitti contribuì sopratutto a mantenere uniti i Fasci, perchè li sovraeccitò, e il sovraeccitamento, aiutato anche da un certo sentimento regionale, che rendeva antipatico chi ha tutti i difetti del forte Piemonte, senza possederne i pregi numerosi, fece le veci della solidarietà e della perseveranza; ma era evidente che se questo eccitamento anormale, la cui azione rassomigliava a quell’improvviso vigore e senso di benessere che viene da una iniezione di etere o di caffeina, fosse venuto a cessare, quelli sarebbero morti di marasmo e se fosse continuato e si fosse inasprito sarebbe stata possibile una violenta levata di scudi.
RIVOLTA O DISSOLUZIONE
Conscio di questi due pericoli, a Messina prima, in una visita al Fascio—dove ebbi consenzienti Petrina e Noè—e poscia a Marsala in un pubblico discorso col plauso consenziente dei convenuti e di molti che sono stati poscia condannati iniquamente come promotori di disordini (tra i quali il Montalto) avvertii i pericoli, che minacciavano il moto dei Fasci, il quale paragonai ad un pendolo che, oscillando corresse pericolo di infrangersi, ad un estremo, in uno scoglio su cui stesse scritto: rivolta e all’altro, in un altro su cui stesse scritto: dissoluzione, e caldamente raccomandai a coloro che guidavano il moto di sapere scongiurare tali due opposti pericoli. E nel senso su esposto dissi che l’on. Giolitti erasi reso benemerito colla sua azione delle nascenti associazioni dei lavoratori; la qual cosa a un suo paladino—l’on. Nasi—parve un paradosso o una contraddizione mia, perchè già avevo accusato il Giolitti quale loro persecutore e provocatore.
CALTAVUTURO
Dopo Caltavuturo sarebbe stato sapienza vera di governo provvedere ai bisogni delle classi agricole siciliane; dopo il mese di giugno e più ancora dopo il mese di settembre, quando nell’aria si sentiva qualche cosa di minaccioso, la più elementare prudenza imponeva con urgenza l’adozione di opportuni provvedimenti. Che cosa fece l’on. Giolitti? Si abbandonò con vece alterna ad una mussulmana inazione e alla provocazione; e nell’una e nell’altra si sentiva sempre «che per natura, per abitudine e per necessità derivanti dal parlamentarismo, il governo propendeva per l’una più che per l’altra delle due potenze in lotta, per quella cioè che ha maggior peso in Parlamento ch’è quella dei galantuomini.» (Corsi.)
La stessa propensione, anzi più accentuata, ha sinora mostrato l’on. Crispi.
La provocazione, denunziata ripetutamente, ha bisogno di essere dimostrata: l’accusa è grave e la dimostrazione è facile.
Non rifarò la cronaca dettagliata della provocazione come si trova nella prima edizione di questo libro: riassumerò i suoi fasti di un anno e mi fermerò su pochi fatti che ebbero particolare importanza e suscitarono maggiore rumore eccitando gli animi degli uni, destando la paura, la diffidenza e l’ardente desiderio della rivincita in altri.
Diamo una data certa allo inizio della provocazione, sebbene si potrebbe risalire più in alto: cominciamo il triste periodo dalla strage di Caltavuturo.
A Caltavuturo, piccolo paese agricolo della provincia di Palermo, la miseria era ed è grande. Vi sono nel paese beni patrimoniali del Comune ed un demanio comunale, che gli amministratori danno in affitto.