Il popolo pensava e diceva che in questi affitti avvengono disoneste partigianerie; pensava e diceva che gli amministratori della cosa pubblica e i maggiorenti usurpavano impunemente le terre del popolo; onde non men grande della miseria era il malumore contro l’amministrazione comunale e i maggiorenti.
Ci furono inchieste e processi e se le accuse risultarono esagerate, non furono però dimostrate infondate. Ne convenne l’on. Giolitti rispondendo il 30 gennaio alla mia interpellanza.
IL DELITTO DEI POPOLANI!
Il popolo esasperato decise di rendersi da sè quella giustizia invano chiesta e da tempo attesa, e il 20 Gennaio va nelle terre demaniali, come a festa, per prenderne possesso e zapparle. E zappano la terra, senza sapere se potranno seminarla e molto meno se potranno raccogliere il prodotto dopo averla bagnata coi propri sudori, e tornano sereni e contenti al paese colla intenzione di andare a zappare altra tenuta del Comune all’estremo opposto; ma giunti nella piazza vicino al Municipio trovano la via sbarrata da soldati, carabinieri e guardie campestri: in tutto una ventina di uomini di fronte ad oltre mille contadini armati di zappe. Non intimazioni, non squilli di tromba, nulla che possa dar parvenza di legalità alla condotta della forza pubblica, la quale, chiamata a fare le vendette degli usurpatori, minacciati dal popolo che voleva rivendicare i propri diritti,—i diritti della collettività—fece una scarica micidiale lasciando sul terreno contadini morti e feriti, mentre non un solo tra gl’iniqui aggressori venne ferito o contuso; ed erano 20 gli aggressori contro 1000 aggrediti! Ciò stia a prova delle intenzioni dei poveri contadini...
L’on. Giolitti, Ministro dell’interno e Presidente del Consiglio, da me e da altri interpellato, riconobbe la gravità del fatto del 20 Gennaio; promise che i colpevoli sarebbero stati puniti, disse che un processo era stato iniziato, che giustizia sarebbe stata fatta!
IL GOVERNO COMPLICE DEGLI USURPATORI
Giammai ministro dinanzi ad un Parlamento pronunziò tante menzogne e con tanto cinismo. Se ne giudichi: Non fu sottoposto a processo, nè destituito chi ordinò il fuoco senza alcun bisogno; chi l’ordinò senza farlo precedere dagli squilli di tromba; non fu iniziato processo contro chi vilmente tirò un colpo di revolver al contadino Moscarella, che, già ferito! erasi rannicchiato dietro una porta; non si processarono gli usurpatori del demanio comunale. No! Si arrestarono e si processarono, invece, alcuni disgraziati lavoratori della terra, che ebbero la fortuna di sfuggire al massacro. E meno male che furono assolti.
A Caltavuturo non c’era Fascio, ma una semplice cooperativa di consumo invisa ai galantuomini perchè utile ai contadini: nè c’era mai stata l’ombra della propaganda socialista. Sorse il Fascio all’indomani della strage come reazione contro il governo e contro i suoi complici locali.
L’anno 1893 cominciò colla strage di Caltavuturo—auspicii tristissimi!—e la eco di tanta iniquità si ripercosse in tutte le valli della Sicilia, destando il risentimento e il desiderio della vendetta tra gli oppressi contadini. Il sangue versato forse feconderà la terra meglio che non l’abbia fecondato sinora il sudore dei suoi lavoratori!
Pareva che non potesse darsi maggiore provocazione di questa da parte del governo italiano contro le popolazioni dell’isola; e tuttavia Caltavuturo non fu che il principio di una serie di provocazioni, ora piccole, ora grandi; ora sanguinose, ora incruente; le quali continuarono con un crescendo spaventevole.