Ivi, tra i due partiti municipali da gran tempo non c’era buon sangue; la miseria tra i contadini,—il paese è essenzialmente agricolo—era grande; un Fascio vi si era costituito, nel quale per dissidi tra coloro che lo dirigevano, al momento della catastrofe nessuno esercitava una influenza, perchè erano dimissionari da parecchi giorni il segretario e il vice-presidente, ed era assente da tempo il presidente; il Fascio rappresentava un vero corpo senza capo. E la catastrofe avvenne terribile e inattesa, come m’assicurarono il sindaco e il capo del partito contrario.

SANTA CATERINA VILLARMOSA

Il giorno cinque è certo che ancora non era stata annunziata ai cittadini di Santa Caterina Villarmosa la proclamazione dello stato di assedio; nè c’è da meravigliarsene perchè poche ore si può dire ch’erano trascorse dalla comunicazione. Fu lo stesso Comando dei Carabinieri, che dichiarò che nessuno aveva visto il manifesto; ciò risultò anche dal processo svoltosi innanzi al Tribunale militare di Caltanissetta. Se fosse stata annunziata e spiegata bene ai poveri contadini la misura, probabilmente essi avrebbero tenuto diverso contegno. Ma quantunque essi tutto ignorassero non si creda che abbiano trasceso, come in tanti altri punti. Tutt’altro. Il giorno 5, infatti, non si trattò che di questo: una folla enorme percorreva il paese—con una bandiera sormontata dai ritratti del Re, della Regina e da un crocefisso,—gridando: viva il Re! abbasso le tasse! Non ci furono incendi, non ci furono devastazioni nè in uffici pubblici, nè in case e magazzini privati; non si assaltò il municipio e molto meno si potevano assaltare i casotti del dazio—come annunziarono telegrammi uffiziali con impudente menzogna—i quali non esistevano! Le autorità che avevano avuto sentore della dimostrazione avevano chiesto ed ottenuto rinforzi da Caltanissetta, otto soldati ed un tenente dei carabinieri, che uniti ai quattro carabinieri ch’erano di stazione formarono un totale di tredici uomini!

Il tenente dei carabinieri, Colleoni, pensò che l’autorità doveva rimanere alla forza e fece mostra di tutte le sue attitudini strategiche impostando i suoi dodici uomini nella strada che fronteggiava la grande piazza Garibaldi, d’onde dovevano passare i pacifici dimostranti. Quando questi pervennero nella piazza e vi si pigiarono in modo da non potersi muovere, il tenente dei carabinieri intimò alla folla di sciogliersi e fece suonare i tre squilli. Fra il secondo e il terzo, un maestro di scuola, il Capra, esortò il popolo a sciogliersi; ma il popolo credendo di non violare alcuna legge protestando contro i balzelli, e incorato con particolarità da alcune donne ardite, non si mosse se non dopo che il terreno fu seminato di morti e di feriti in seguito alle ripetute scariche ordinate dal tenente dei carabinieri. Quando la piazza venne sgombrata, per molte ore rimasero abbandonati al suolo gli undici morti e i più gravemente feriti—donne, uomini, vecchi e bambini—in mezzo alle pozze di sangue!

MENZOGNE SPUDORATE

E adesso poche altre osservazioni. Come i telegrammi ufficiali mentirono nel dare i particolari della dimostrazione cui attribuirono atti non commessi, così evidentemente mentirono nel dare alcune notizie che volevano lasciar comprendere esservi stata da parte del popolo prima l’aggressione e poi la resistenza, fosse anche una larva. Si parlò di un colpo di rivoltella tirata contro il maresciallo dei carabinieri, ma il colpo fortunatamente non partì; e se partì, quantunque a bruciapelo,... non ferì; si parlò di una coltellata contro un soldato, ma fortunatamente la lama non arrivò alle carni; si parlò di sassi scagliati contro la truppa, ma fortunatamente non un soldato venne colpito!...

Troppa fortuna davvero!

E poi, la rivoltella non fu trovata; i carabinieri sequestrarono solo un’accetta... senza padrone.

Cose queste, che furono anche constatate dai corrispondenti della Tribuna e del Resto del Carlino, andati sul luogo.

La narrazione fatta dal tenente Colleoni innanzi al Tribunale militare esclude tutte le calunniose notizie ufficiali divulgate sul contegno dei poveri contadini di Santa Caterina. Egli, a domanda del Presidente Colonnello Orsini rispose: «avere ordinato il fuoco perchè aveva acquistato il concetto preciso dell’aggressione che voleva fare la folla dalle parole di un certo Manzoni e dalle armi intraviste sotto i vestiti dei dimostranti...»