AL CIMITERO
«Si va al cimitero per una via che sale leggermente ad un colle.
«Nel piccolo campo dei morti, a sinistra, stavano schierate le casse che serrano i poveri uccisi. Ce n’era una, grande: una vecchia barella tinta di grigio con due larghe fasce di nero che s’incrociavano.
«Il custode, levato una grossa pietra da su il coperchio, lo sollevò.
«Nella vecchia barella avevano messo due cadaveri: uno su l’altro: uno con la faccia sotto i piedi dell’altro! Sopra, stava un ragazzo; era morto dopo una lunga agonia e aveva gli occhi a pena socchiusi, e sul viso profilato ancora un’espressione di angoscia. L’altro era un uomo, con un po’ di barba sotto il mento. Aveva i grandi occhi neri sbarrati: era morto nel vigor della vita, fulminato, e quegli occhi vitrei che dal corpo supino guardavano il cielo, pareva invocassero, ancora morti, il Cielo: pareva che quello sguardo, con una serenità lunga di eroe, dicesse: «O Signore, Signore! vedete....»
«Dopo altre casse, fatte di tavole bianche, ce n’era una, piccola, foderata di roba celeste; povera roba ma immacolata.
«Io volli vedere l’innocente piccola vittima che forse non aveva nemmeno gridato! e pregai il custode di schiodare la cassa.
«La bambina era grande per i suoi nove anni. Giaceva, con la testina un po’ volta da un lato e le braccia distese lungo i fianchi. Non aveva ancora la rigidità della morte e la sua faccia era rossa, e sulla bocca, coperta di bava, colava dal naso una schiuma sanguigna che gorgogliava ancora, a intervalli che pareva avessero la regolarità del respiro.
«—Ma è viva!—esclamai.
«Il custode sorrise.