«Lo sarebbe adesso in Italia?»

«Nessuno può dirlo; ma tutti devono riconoscere che gli avvenimenti incalzano e che la scintilla partita dalla Sicilia, che nell’arte, nella coltura, nella organizzazione sociale, in tutto, si trova — come direbbe Giuseppe Ferrari — in ritardo di fronte alle fasi di sviluppo percorse dalla Francia e da altre regioni dell’Alta Italia, che sentirono l’alito della rivoluzione francese: quella scintilla, ove non si provveda in tempo, potrà, varcando lo stretto, far divampare l’incendio nel resto d’Italia».

«Comunque, se insipienza di uomini di governo o fatalità di cose vorranno che gli avvenimenti non abbiano quel corso pacifico ed evolutivo, che dev’essere vagheggiato da quanti conoscono i danni e gli orrori delle cruenti rivoluzioni, io faccio voti ardenti pel bene del mio paese che il grido: «morte a li cappedda» non possa acquistare quella triste celebrità che al di là delle Alpi acquistò il grido: Les aristocrates à la lanterne!»[1]

Il riavvicinamento tra i prodromi della grande rivoluzione francese e gli avvenimenti di Sicilia, che riporta il nostro paese ad un secolo fa, può oggi essere completato con un altro riscontro storico che somministra l’Inghilterra.

Al di là della Manica l’evoluzione politico-sociale non fu tranquilla e pacifica sempre, come, nelle sue grandi linee, si è andata svolgendo nella seconda metà di questo secolo.

Vi furono due grandi periodi di sommosse, di tumulti, di repressioni sanguinose e di reazione, che ricordano la fase che attraversa l’Italia dal 1893 in poi. Il primo va dal 1799 al 1824; il secondo dal 1837 al 1848. Tra i due periodi non mancarono le agitazioni, che terminarono qualche volta in conflitti sanguinosi — specialmente nel 1819, nel 1831, nel 1832, nel 1839, ecc.; — e non fecero difetto completamente dopo il 1848: astraendo dall’Irlanda — dove gli avvenimenti presentarono sempre caratteri complessi non paragonabili mai con quelli italiani — per tutti basta ricordare la domenica sanguinosathe bloody Sunday — 13 novembre del 1887.

I due periodi storici inglesi, classici per le turbolenze, il secondo dei quali comprende il movimento cartista, vanno rievocati oggi in Italia per concludere dal confronto — da completarsi più tardi — che se in Inghilterra fossero stati adottati i criteri di governo che formano ormai la gloria non invidiabile della borghesia italiana, il boja avrebbe dovuto lavorare in permanenza; gli anni di galera distribuiti ai ribelli e ai sovversivi avrebbero dovuto contarsi non più a secoli, ma a migliaia di secoli; la costituzione anzichè svolgersi sempre più e continuamente nel senso democratico avrebbe dovuto essere soppressa; la reazione sfrenata, insomma, quale del resto la vagheggiò e consigliò in Inghilterra il partito dell’ultratorismo, vi si avrebbe dovuto insediare sovrana e incrollabile.

Qualcuno potrà obbiettare, che accennando al lavoro del boia si vien meno alle condizioni di una buona comparazione e che viene a mancare ogni analogia, perchè condanne a morte ci furono in Inghilterra — benchè non eseguite — ma non una — eccettuato il caso Barsanti, che non entra nel periodo in discussione — ne inflissero i mal giudicati Tribunali militari Italiani nel 1894 e nel 1898.

All’obbiezione si trova risposta nelle differenze tra i due paesi: nella natura degli avvenimenti, nella proporzione e durata delle repressioni, nella giustizia delle altre pene, nella serena imparzialità dei giudici ordinari — e non eccezionali — nella sapienza e moderazione delle classi dirigenti e dei governanti.

Le differenze ci sarà occasione di rilevarle, nella misura consentita dall’indole di questo scritto, man mano che procederà la narrazione; e le differenze eloquenti non potranno non richiamare alla realtà triste della nostra enorme inferiorità politica e morale, quanti leggeranno coll’animo intento alla ricerca del vero.