Per ora basta fermare questo: che i tumulti, le sommosse, i tentativi coscientemente insurrezionali che afflissero l’Inghilterra per cinquant’anni circa spesso tolsero a pretesto le riforme politiche; ma il fondo dei movimenti fu e rimase sempre economico. Non cade dubbio sulla natura del movente nel primo periodo dei torbidi inglesi; invece qualcuno vorrebbe negarla pel secondo. E in verità, guardando alla superficie e alle dichiarazioni di alcuni capi del cartismo, si potrebbe credere che questo movimento celebre, durato circa dieci anni, sia stato essenzialmente politico. Erano, infatti, d’indole politica i famosi sei articoli della Charta del popolo; ma nella intenzione dei cartisti delle due scuole, essi dovevano servire come mezzo per ottenere il miglioramento economico delle masse lavoratrici.
I promotori ed organizzatori del movimento trovarono grande seguito per lo appunto perchè tristissime erano le condizioni economiche degli operai nella grandissima maggioranza.
Ciò era a conoscenza dei capi del cartismo; tanto che il reverendo Stephens, uno dei più audaci e dei più infervorati, predicava che il cartismo era sopratutto una quistione di forchetta e di coltello!
Risalendo dal caso particolare all’indole generale dei movimenti politici inglesi, il Rise, ch’è uno degli scrittori che ha iniziato la illustrazione della cosidetta Era Vittoriana, ha scritto queste parole significative non per i soli inglesi ma per tutti i popoli che hanno coscienza delle proprie sofferenze: «John Bull al verde, egli osserva, è il più persistente dei malcontenti e svolge principî politici — ma sempre con un occhio volto agli affari futuri. Quando è sazio di carne e di birra ha poche idee e la sua soddisfazione è colossale». (Rise of democracy. London. Blackie et Son 1897 pag. 129). A provare l’esattezza del giudizio, un poco più oltre aggiunge: «Appena R. Peel risolvette la quistione tributaria, la stabilità fu assicurata alle industrie, alla società, alle istituzioni». (pag. 130).[2]
Il 1848 trovò disarmato il cartismo dalla precedente riforma; così l’eco della proclamazione della repubblica in Francia, invece di trascinarlo ad una rivoluzione trionfante, ne segnò la morte. La sua, però, non fu opera inutile: destò dal letargo le classi dirigenti, mise sotto i loro occhi i pericoli cui andavano incontro ostinandosi nella resistenza e contando sulla repressione e le costrinse alle trasformazioni economiche e politiche indicate dai tempi, reclamate dal popolo.
I sei articoli della Charta, dichiarati da principio irrealizzabili, incontrarono la sorte di molte utopie e in gran parte oggi sono stati tradotti in leggi; con questo in più: che ogni riforma politica fu seguita — più raramente preceduta — da una riforma economica. Così da questa lezione dei fatti svoltisi in Inghilterra emergono insegnamenti non solo per le classi dirigenti italiane, ma anche per una parte degli elementi avanzati, che — almeno sino a poco tempo fa — tenevano in grande dispregio la politica. La tenne anche in dispregio Roberto Owen, più di sessant’anni or sono, al di là della Manica e smarrì la diritta via per conseguire quelle riforme economiche e morali di cui fu apostolo geniale.
Ma è per le classi dirigenti italiane, che sopratutto sono ricchi di ammaestramento questi raffronti storici dell’Italia colla Francia da una parte e coll’Inghilterra dall’altra.
In Francia la cecità dei governanti nel secolo scorso condusse alla grande rivoluzione con tutti i suoi eccessi e con tutti i suoi orrori, che potranno ripetersi se la degenerata borghesia, che ha in mano le sorti della terza repubblica, non si libera dalle strette del militarismo. In Inghilterra le classi dirigenti, imitando gli esempi dei buoni tempi di Roma, seppero sempre cedere a tempo. Se ricorsero alla repressione, anche energica, non la resero sistematica, facendola assurgere ad esclusivo metodo di governo e risposero ai tumulti da disagio economico con riforme economiche; ai tumulti ed alle agitazioni politiche fecero seguire le riforme politiche. Sinanco quando i movimenti vi assunsero forme decisamente criminose le classi dirigenti inglesi guardarono al fondo e alla sostanza e pensarono di eliminare il delitto allontanandone le cause. Così la borghesia e l’aristocrazia, e sopratutto gli industriali, allarmati ed indignati pei famosi delitti di Sheffield, cominciano nel 1867 una grande inchiesta colla intenzione di riuscire alla repressione severa del fenomeno criminoso; ma appena constatatolo, anche per la confessione di qualche reo, si cambia rotta e si riesce alla sapiente prevenzione colle leggi del 1870 e del 1875, che accordarono agli operai la più ampia libertà di organizzazione, di sciopero e di quel picketing, che sembrerebbe anche una enormità a molti democratici italiani[3].
Di fronte ai tumulti, alle sommosse, alle insurrezioni, adunque, alle classi dirigenti italiane la storia addita due vie tracciate senza incertezze e quasi senza alcuna di quelle oscillazioni e deviazioni ordinarie nel corso degli avvenimenti sociali. Sull’una sta scritto al termine: rivoluzione; è la via battuta dai governanti francesi. Sull’altra, al principio risplende una insegna sulla quale si legge: riforme. È l’insegna antica di casa nostra — l’insegna di Roma; ma l’Inghilterra l’ha rimessa a nuovo e l’ha circondata di affascinante forza di persuasione[4].
L’Italia è in ritardo nella sua evoluzione rispetto alla Francia e all’Inghilterra; ma se questo ritardo sotto molti aspetti è deplorevole, esso ha almeno un lato buono: consente al nostro paese di trarre profitto dei risultati degli esperimenti politico-sociali che furono fatti altrove.