Una prima e necessaria constatazione: la ferocia della repressione non sta menomamente in rapporto colle gravità ed un poco anche coll’indole dei tumulti. A Bari ed a Foggia i fatti sono gravissimi e stante la importanza delle due città possono riuscire pericolosi; eppure non ci sono i morti di Molfetta e di Modugno. A Faenza, che inizia il movimento e dove sin dal primo giorno si concede il pane a 30 centesimi, si arriva alla costruzione di vere barricate; ma non si deplora un eccidio come a Bagnacavallo. Tra Prato e Sesto Fiorentino, tra Parma e Piacenza da un lato, Monza, Luino e Soresina dall’altro, in ambienti tanto diversi, intercedono le medesime differenze dianzi accennate e che si verificarono anche in Sicilia nel 1893-94. Ciò prova che dovunque le autorità furono longanimi e prudenti si evitò o si ridusse a ben poca cosa il versamento del sangue.
Se in questa diversità di risultati c’entrano le differenze individuali delle autorità locali, c’entra in misura maggiore la mancanza di savia ed uniforme direzione dal centro.
Ho enumerato senza alcun ordine le città, i paesi, i villaggi che somministrano elementi alla cronaca sanguinosa perchè l’apparente disordine si presta a considerazioni d’indole apparentemente geografica che assurgeranno più tardi ad importanza maggiore per giudicarne l’indole. Anzitutto, se in generale si può affermare che i tumulti cominciano nel mezzogiorno per propagarsi gradatamente al settentrione, non è meno vero, però, che la prima scintilla si parte dal centro e dal nord della penisola — Faenza e Finale Emilia — e divampa più qua e più là, mostrando che le cause determinanti esistono in tutta la penisola ed agiscono disordinatamente e contemporaneamente sui grandi e sui piccoli centri, senza che possa affermarsi esservi una prevalenza decisa dei primi o degli ultimi in guisa che possano stabilirsi i primitivi centri d’irradiazione. Solo può rilevarsi che i casi di Milano esercitarono maggiore influenza degli altri se si deve giudicarne dal numero delle località che furono tumultuanti il giorno nove Maggio.
Il fenomeno è naturale ed ha la sua ragione di essere in quella specie di egemonia, che la capitale morale esercitava ed esercita in gran parte d’Italia ed a cui si sottraggono l’estremo mezzogiorno e la Sicilia. Si noti intanto che Firenze non ricordava forse da secoli tumulti quali quelli del 1898; che Napoli abbandona la sua proverbiale indifferenza apatica e memore delle prime prove dell’agosto 1893, persiste per più giorni nei tumulti senza lasciarsi intimidire dagli apparecchi micidiali di guerra teatralmente allineati nelle sue piazze e vede le sue donne smunte, i suoi fanciulli laceri, le sue larve di lavoratori sfidare la forza pubblica ed in qualche momento affrontare serenamente la morte. Il contegno di queste due città da solo somministra all’osservatore politico qualche indicazione, che non dovrebbe andare perduta per valutare al giusto lo intervento delle cause, che riuscirono ai tumulti.
Un’ultima constatazione mercè la quale la geografia e la cronologia alleate rivelano l’indole dei luttuosi avvenimenti in discorso.
Il 1º Maggio, giorno sacro pei socialisti e che avrebbe potuto fornire occasione a dimostrazioni facilmente degeneranti, passa tranquillo dove i socialisti sono forti per numero e per organizzazione. Solo a Rimini, a Bagnacavallo ed un poco a Ferrara, contrade pervase discretamente dalla corrente delle nuove idee, nel giorno della festa del lavoro vi furono tumulti; prevalsero questi nel mezzogiorno — Napoli, Monopoli, Minervino Murge, Molfetta, Benevento, Resina, Ponticello, Giuliano, ecc. — dove possono esservi socialisti, ma non esiste affatto un partito socialista, nemmeno in embrione.
E chiudo questa cronaca sanguinosa con cifre, che, per quanto incomplete, riescono dolorose ed eloquentemente rivelatrici.
Bisogna rinunziare ad enumerare gli arresti. In un giorno c’erano oltre 500 detenuti per causa dei tumulti nelle carceri giudiziarie della sola Bari; 300 cittadini in una volta furono imprigionati a Livorno; un migliaio circa in più volte in Napoli. In Italia gli arresti, senza timore di esagerare, si può affermare, che nel periodo dei tumulti dovettero contarsi a decine di migliaia.
La statistica dei ferimenti tra i cittadini è ancora più incerta; chi è ferito nei tumulti si presume che abbiavi preso parte. Non si ammette che sul luogo ci si sia trovato accidentalmente o trascinato dalla marea; perciò se fa noto il suo stato è sicuro che egli verrà sottoposto a processo. In questo caso sarà fortuna se uscirà assolto; ma nessuno lo risarcirà mai dai parecchi mesi di carcere preventivo sofferto. Si comprende perciò che il numero dei feriti tra i cittadini denunziati dai giornali dal 26 Aprile alli 11 Maggio debba essere molto al disotto del vero; riuscii a raccoglierne circa duecento, ma con molta probabilità avranno passato il migliaio.
Più sicuro è il numero dei morti e ce ne furono cinquantuno oltre quelli di Milano. La forza pubblica non ebbe che un morto e ventisette feriti; e tra le ferite furono calcolate le leggere contusioni. Nella forza pubblica le lesioni furono quasi tutte lacero-contuse. Il popolo in armi, che movevasi in seguito a complotto preordinato da lunga mano, non possedeva che sassi e bastoni!