IV. A MILANO
Le notizie delle sommosse e dei tumulti che il telegrafo comunicava ai giornali e che questi diffondevano in ogni angolo d’Italia avevano eccitato la opinione pubblica nella misura consentita dalla inerzia morale e intellettuale, da cui è afflitto il nostro paese; l’eccitamento raggiunse il colmo suo in tutte le classi sociali, nelle sfere politiche, nei rappresentanti del governo, quando corse la prima voce che la sommossa incomposta per fame del mezzogiorno si era trasformata in rivolta a Milano e che la rivolta poteva divenire rivoluzione. Un pubblicista, conservatore di merito in Napoli, non esitò a ricordare la famosa risposta del Liancourt a Luigi XVI. (Corriere di Napoli).
Non poteva essere diversamente. L’importanza della città di Milano e le sue condizioni, note ed in parte esagerate, facevano presumere che i moti del resto d’Italia dovevano assumere carattere diverso riproducendosi nella capitale morale; sicchè appena si seppe delle prime dimostrazioni del giorno 6 maggio osservossi un notevole mutamento nel linguaggio dei giornali conservatori e degli altri, che rispecchiavano le opinioni delle sfere governative.
Si cominciò a tacere delle cause economiche, che avevano determinato i primi tumulti, e si segnalò con accenni vaghi e timidi da principio, più recisi e chiari in appresso, l’azione dei partiti sovversivi — repubblicani, clericali e socialisti, — il complotto, la preordinazione voluta e cosciente di tutti quei movimenti che erano stati considerati con singolare unanimità spontanei, improvvisi, e sottratti all’influenza di qualsiasi partito politico. In questa guisa tutto l’interesse e tutta l’attenzione della frazione della nazione che pensa e partecipa alla vita politica concentrossi su Milano, da cui possono prender nome tutti gli avvenimenti luttuosi della primavera del 1898. E dal carattere reale o artificiosamente attribuito agli avvenimenti di Milano presero l’intonazione tutti i provvedimenti politici, che costituiscono uno dei periodi della più stolta e ingiustificata reazione, che abbia attraversato l’Italia nuova.
A Milano, perciò, si assomma la storia dei tumulti di cui c’intratteniamo ed è indispensabile esporre colla maggiore esattezza possibile quali furono i fatti che vi si svolsero dal 6 al 9 maggio, onde assegnare le rispettive responsabilità agli attori del dramma e riuscire al giudizio complessivo equanime sull’opera del governo.
Non è facile fare la cronaca imparziale, obbiettiva, degli avvenimenti ai quali si ha assistito o si ha preso parte diretta o indiretta; l’impresa è più ardua quando chi scrive è uomo di parte. È bene, però, che chiunque desidera che la luce si faccia intera, a tale impresa si accinga, perchè su ciò che può esservi di errato nella narrazione, dai viventi possa venire la rettifica o la smentita opportuna.
Comincio, adunque, sereno la cronaca dei fatti di Milano; per la quale si ha un documento importante nei resoconti stenografici dei processi, che si svolsero innanzi ai Tribunali militari. A proposito dei quali non si deplorerà abbastanza la condotta insana del Generale Bava-Beccaris, che sottrasse elementi preziosi per la storia colla censura esercitata sulla stampa e coi tagli fatti eseguire negli stessi resoconti stenografici dei processi[7].
I tumulti di Milano prendono le mosse da un manifesto che i socialisti indirizzarono il giorno 6 ai cittadini. In esso si domandava la restaurazione della libertà e della giustizia, l’abolizione dei privilegi, la guerra al militarismo, il suffragio universale e si concludeva chiamando il paese a salvare se stesso per evitare nuove stragi.
Si può discutere sulle opportunità di questo appello; è indubitabile, però, che il suo contenuto non era criminoso: ogni singolo punto del medesimo era stato impunemente più volte e in vario modo discusso ed affermato. Pensarono diversamente le guardie di Pubblica Sicurezza pel malvezzo prevalso d’intervenire sempre e passarono all’arresto di un distributore presso Ponte Seveso.
L’arbitrio era reso pericoloso dall’eccitamento degli animi ed ebbe quelle conseguenze dolorose che la più elementare prudenza doveva far prevedere. Gli operai, in gran parte appartenenti allo stabilimento Pirelli, in via Galilei, protestarono e chiesero la liberazione degli arrestati accompagnando la richiesta con urli e fischi contro gli agenti della forza, il cui contegno fu provocante oltre misura. I sassi volarono contro la delegazione della questura in Via Napo Torriani; e sassi furono lanciati contro lo stabilimento Stigler perchè gli operai non vi lasciavano il lavoro. In questi episodi vennero operati altri arresti.