Una commissione di operai con a capo il socialista Dell’Avalle si portò dalle autorità di pubblica sicurezza scongiurando che si lasciassero in libertà gli arrestati per disarmare l’ira popolare. La preghiera fu ascoltata per metà: due furono rilasciati ed un terzo, Amadio Angelo, venne trattenuto col pretesto che era stato colto coi sassi in mano. L’ottenuta parziale liberazione incoraggiava nella insistenza da un lato, mentre la negata liberazione dell’altro esasperava gli animi maggiormente.
In questo primo tafferuglio non vi furono che delle contusioni, per colpi di pietra; ma non doveva tardare l’intervento della truppa invocato insistentemente dalla questura e che doveva riuscire micidiale. Il primo picchetto, del 47 fanteria alle 15,30 fu schierato verso la fronte dello stabilimento Pirelli, dove lavoravano 2400 persone. Altra truppa arriva un poco più tardi e si dispone sempre nei pressi dello stabilimento suddetto. Alle 16,30 un battaglione del 57 fanteria prese posto nell’Ippodromo del Trotter. Così si trovano di fronte gli elementi dell’incendio e non occorre che una scintilla perchè esso divampi.
Quando più viva era la dimostrazione e gli operai evocano indignati l’uccisione di Muzio Mussi, i deputati Turati e Rondani sovraggiungono sul luogo e si rinnovano i consigli di calma dati prima dal Dell’Avalle; il consiglio avvalorano colla promessa della liberazione dell’Amadio, coll’annunzio dell’abolizione del dazio comunale sulle farine e sui cereali.
Alle ore 18 comincia per gruppi l’uscita degli operai dello stabilimento Pirelli e la gente sulla via Galilei si sfoga gridando: Evviva Turati! Evviva Rondani! Abbasso il governo provocatore! Parlano di nuovo i due deputati socialisti e pare che ogni pericolo di conflitto sia scongiurato.
Ma un gruppo di persone, da 200 a 300 — in gran parte donne e fanciulli — si avviò, cantando l’Inno dei Lavoratori, verso via Ponte Seveso e Andrea Doria e fischiando gli agenti di polizia, tra i quali un certo Viola, el calabres, assai inviso perchè tra i più petulanti nelle provocazioni. Si torna a domandare la liberazione dell’Amadio e si scagliano di nuovo sassi contro l’ufficio della Questura in via Napo Torriani. Alle 19 circa esce dal Trotter una compagnia di fanteria che viene accolta anche essa a fischi ed a sassate. Una pietra, dice il Corriere della Sera, colpì in fronte un soldato. «Questo fatto, continua lo stesso giornale, le cui parole riproduco testualmente, parve l’ordine di reagire con la forza alla forza; e dalla truppa partirono otto o dieci colpi di moschetto, pare, sparati in aria. Fu quello un momento di panico e di confusione. Molti dei dimostranti parevano disposti a resistere anche di fronte alle schioppettate e seguitavano a lanciar sassi; ma i più spaventati fuggivano a rompicollo, spingendo, rovesciando quelli che si trovavano di ostacolo sui loro passi. Le guardie della sotto brigata uscivano con le rivoltelle in pugno, sparando esse pure, mentre altri colpi partivano dalla truppa. Il parapiglia durò pochi minuti, ma ebbe esito letale» (N. 124).
Infatti vi lasciarono la vita nello stesso giorno un certo Savoldi e l’odiata guardia di Pubblica Sicurezza, il Viola, ch’era in borghese e che per dare da vicino la caccia ai dimostranti trovossi insieme a loro fatto bersaglio alle scariche dei soldati. Affermasi, anzi, che fu proprio il Viola che uccise il Savoldi. All’indomani cessò di vivere uno dei feriti più gravi, l’Abbiati. Numerosissimi i feriti. La giornata lugubre ebbe uno di quegli epiloghi di una spontanea teatralità, che impressionano le menti le meno eccitabili. Il Savoldi, raccolto da pietosi operai, fu messo sul tram elettrico per essere condotto all’ospedale dei Fatebenefratelli. Ma durante il tragitto morì. Fu ricondotto, sempre in tram, ed accompagnato da operai in Piazza del Duomo, dove formossi un assembramento di circa 500 persone. La polizia voleva impossessarsene; ma i compagni di lavoro non se lo lasciarono strappare dalle mani e lo condussero al Cimitero Monumentale.
La passeggiata di quel cadavere pareva invocasse vendetta; e vendetta chiedevano gli operai. L’ucciso la meritava. Dalla testimonianza del Commendator Pirelli innanzi al Tribunale Militare si seppe che il Savoldi era un operaio che aveva lavorato tutto il giorno nel suo stabilimento e che si trovava nella folla per curiosità. (Udienza del 28 Luglio).
Qualche cosa di grave sarebbe avvenuto in Milano la sera del 6; ma un provvidenziale acquazzone alle 20 sciolse l’assembramento di Piazza del Duomo. Più tardi la Galleria, i Portici settentrionali e la Piazza del Duomo furono affollatissimi e si cantò l’Inno dei Lavoratori; ma riuscì agevolmente alla forza di fare sgombrare. Vi fu qualche arresto e qualche spiacevole incidente; ma a mezzanotte tutto era finito.
È necessario assodare la responsabilità di questa prima giornata; ciò che avvenne dopo non fu che la conseguenza fatale.
È innegabile l’illegalità dei primi arresti, che procurarono le dimostrazioni e la sassaiuola per ottenere la liberazione degli arrestati. A parte ogni altra considerazione di ordine politico e sentimentale, è del pari innegabile che si continuò nella illegalità nel momento in cui si arriva alla catastrofe. Mancarono infatti i tre squilli di tromba voluti dalla legge per intimare lo scioglimento di una dimostrazione. Il Corriere della sera, la cui narrazione dei fatti pare tutta intesa ad attenuare la responsabilità della forza pubblica e delle autorità, parla di un solo squillo di tromba dato dalle guardie di pubblica sicurezza; ma non fa menzione di alcun squillo al momento in cui la truppa fa la sua scarica micidiale.