[127]. Il Generale Pelloux, rispondendo all’on. Bissolati nella Camera dei Deputati in Dicembre 1898, smentì recisamente sul suo onore che il Colonnello Crotti di Costigliole fosse stato punito per aver rifiutato la medaglia al valore militare per la repressione di Milano. Benchè questa circostanza venga riconfermata dalla monarchica Provincia di Como, che per la prima la dette, sono disposto a credere al Generale Pelloux. Sarebbe doloroso, però, il constatare che nell’esercito italiano non ci siano stati ufficiali, che abbiano imitato De Sanget e Bellelli.

[128]. Sotto il Papa, nel processo innanzi ad un Tribunale militare, l’avv. Palomba difese gli accusati.

[129]. Benedetto Croce, nipote a Silvio Spaventa, di cui ha cominciato ad illustrare l’opera, così scrive a Vilfredo Pareto: «Lasciando ai competenti il confronto fra i sistemi penitenziarii applicati ora ai condannati politici con quello dei Borboni, e lasciando agli incompetenti che hanno un po’ di cuore e di sentimento giudicare il triste spettacolo che offre ora l’Italia libera, a me pare che il punto sul quale il confronto s’impone irresistibile è sull’indole e sul modo con cui sono stati condotti i processi politici. Perchè si sono spese tante parole e tanti colori rettorici per proclamare iniquo il processo, per esempio, fatto dopo il 1848 a Silvio Spaventa? Cito questo che ho avuto occasione di studiare da vicino. Non certo perchè lo Spaventa non fosse liberale, nazionalista, anzi unitario: in ciò i giudici borbonici non sbagliavano, come non sbagliano quelli di Milano nel giudicare socialisti il Turati e compagni. Ma fu un processo iniquo, perchè, mancando la prova di reati determinati, si volle tuttavia condannare nello Spaventa il liberale e l’unitario, ossia le convinzioni e le opinioni che apparivano certe e non sconfessate. È vero — si potrebbe dire — che i Borboni provvidero a fornire delle prove di reato, stipendiando dei falsi testimoni. Ma ciò prova che il senso giuridico non si era del tutto smarrito! Si riconosceva almeno la necessità delle prove di fatto e dei reati di azione. I giudici di Milano non hanno sentito questo bisogno.... — Vilfredo Pareto — La Liberté Économique — pag. 99-100. Rastignac nel Mattino di Napoli ha esplicitamente riconosciuto che in Italia, come sotto i borboni, i processi si fanno alle idee.

[130]. Gladstone, nelle famose lettere a lord Aberdeen nel 1851, affermò che i detenuti politici erano nelle provincie napoletane da 15 a 30 mila. Il governo borbonico, in risposta, fece pubblicare una statistica dalla quale risulterebbe che nel 1851 gl’imputati politici, in giudizio, in carcere e in custodia erano in tutto 2024.

[131]. L’associazione Lombarda dei Giornalisti ha pubblicato un’eloquente memoria nella quale è esposto il trattamento cui sono sottoposti Giornalisti e condannati politici in Italia e all’estero. Il paragone riesce, come sempre, disonorevole per l’Italia! Non parliamo dei modi civili adoperati dal governo del Granduca di Toscana, che permetteva a La Cecilia, ed a Guerrazzi di scrivere le Memorie e L’Asino nelle sue prigioni di Stato. Ma è caratteristica la lettera che il dott. Giuseppe Canella indirizzò al giornale Il Secolo sul trattamento dei detenuti politici in Austria. Eccola:

«Italiano e non altro che italiano, dal 1848 in poi il mio pensiero e la mia opera furono sempre per l’Italia. Ho provato le prigioni politiche dell’Austria, dalla Torre Wanga di Trento a quelle d’Innsbruck, al Castello di Kufstein, a Rattemberg, Capodistria, Gradisca, Lubiana e Gratz.

«Non appartenni, nè voglio appartenere a niun altro partito se non a quello che tende a «fare l’Italia». Qui soffersi molti disinganni ed amarezze, e non ultima quella di vedere, sotto molti riguardi, fatti paragoni tutt’altro che lusinghieri per l’Italia in confronto dell’Austria.

«Leggendo ora sui giornali come sono trattati i prigionieri, severamente condannati dai tribunali militari, ad onta della mia ripugnanza, devo convenire che l’Austria, più avveduta nel reprimere e nel prevenire, si è fatta più ragionevole e più umana nel castigare».

Il podestà di Riva di Trento riassume poscia il regolamento 28 ottobre 1849, firmato dal ministro della Giustizia, Schmerling, che disciplina, anche attualmente, il trattamento dei condannati politici.

Risulta da esso che, per i crimini politici, i condannati sono custoditi in un riparto particolare della prigione, e devesi avere riguardo tanto al loro grado di coltura quanto alla loro età ed al loro anteriore metodo di vita.