[121]. Vedi in Rivista popolare (Anno 3, N. 3) l’articolo: Le roi s’amuse. È bene avvertire che di questa estrema libertà possono godere i cittadini belgi. Si è severi contro gli stranieri. Così fu soppresso il giornale Le national per un articolo intitolato Saligand II in cui si parlava di certi fatti scandalosi avvenuti in Londra. Il direttore del giornale era francese e venne espulso.

[122]. L. Bertrand: La Belgique en 1886; I. Destrèe et E. Vandervelde: Le socialisque en Belgique. Paris. Giard et Briere 1893.

[123]. Don Chisciotte. N. 239 del 1898.

[124]. Lo ha compreso benissimo chi dirige lo stesso Don Chisciotte, che col suo fine intuito politico ha ricordato in numeri immediatamente successivi l’umiliazione che dovremmo provare nel vedere ricordato ed applicato in Inghilterra al governo italiano il giudizio dato da Gladstone sul governo borbonico. (Dal tempo di Gladstone. N. 240 Pei condannati politici. N. 246). Ai bigotti sabaudi che si scandalizzano di questi confronti, Giustino Fortunato — onore del mezzogiorno e della Camera italiana, di sentimenti, purtroppo! fanaticamente unitari e monarchici — inaugurando il 20 Settembre 1898 in Potenza una lapide alle vittime del governo borbonico, ha risposto in questi termini:

«Abbiamo tanto patito, atteso, sperato, e dover poi confessare alle nuove generazioni, che valeva meglio non farne nulla! Abbiamo tanto magnificata l’opera nostra, e date assicurazioni al mondo di costanza e di virtù, perchè poi il mondo meravigliasse nell’udire da noi stessi, che lo scopo è fallito, che le aspettative sono deluse! Abbiamo, insomma, offerto per tanti anni tanta decima di sangue e di danaro, ed essere costretti a conchiudere, che ci siamo solennemente ingannati, perchè la patria è una astrazione e la libertà una menzogna! E questa l’Italia che apparve già meritevole della aspettazione della storia?»

Più tardi lo stesso Fortunato, parlando ai suoi elettori di Palazzo San Gervasio, completava il proprio pensiero con quest’altro periodo, che si raccomanda ai suddetti bigotti sabaudi:

«Il cinquantesimo anniversario dello Statuto non ha significato, in sostanza, se non una cosa: un immenso lutto, l’ora più tragica, il maggior pericolo che l’Italia abbia corso dacchè è surta a dignità di nazione. L’unità, l’indipendenza, il regime libero, il passaggio, insomma da una semplice espressione geografica ad una grande potenza, tutto non era stato se non un miracolo di un pugno di uomini e della buona fortuna. La immane opera affannatamente, affrettatamente compiuta, poteva aver chiesto un dispendio eccessivo, forse anche deprimente, di energie economiche. Nel fatto, la misura era colma e traboccò. La scuola del dolore dovrebbe quindi ammonirci, che un qualsiasi altro disperdimento di forze sarebbe, ormai, criminoso, perchè l’incendio, che cova sotto le ceneri, potrebbe, nuovamente, divampare. E invece...»

[125]. Gli atti di accusa e la Gazzetta Ufficiale del tempo sono preziosi. Si riscontrino il: Ferdinando II di Mariano D’Ayala; Gli ultimi trentasei anni del Regime di Napoli di Nisco; e sopratutto per lo insieme la Storia critica del risorgimento italiano di Carlo Tivaroni, opera di lunga lena, di grande pregio e molto imparziale. Editori Roux di Torino.

[126]. Ho dato la cifra dei fucilati e la versione su quel fatto, che corre tra i nemici più fieri del governo borbonico.

Molti negano che il Conte d’Aquila ordinasse la fucilazione; altri affermano che si trovasse soltanto presente. Ciò che il Conte d’Aquila smentì sempre. Gli storici borbonici assicurano che i fucilati in Castelnuovo nel primo furono soltanto 5 o 6 e che le fucilazioni cessarono appena sopraggiunse il generale Luigi Cosenz.