Ch.

io son più dura.

No.

O mia disaventura, o vita accerba
Che esta ingrata, e superba, mai si mova
Anci il pensier rinova: più severo:

Ma pur, quantonque mai, giunger non spero
Non sia ch'io resti ognhor, scoprir mia fede
Mia servitute, e l'amor mio senciero
Fin qui premiato, aymè, di rea mercede
E doppo il pianto doloroso, e fero
Qual mostra quanto l'amo, e lei nol crede
E le dolenti notti, e i giorni bui
Che mi fan dir tapin, chi son chi fui.

Spesse fiate, sotto le tue mura
Lasso vengo la notte lagrimando
Dicendo sacra, e angelica figura:
Pietà dil stato mio, sì miserando
E con doglia, timor, pianto, e paura
E a morte, e a te secorso, o fin dimando
E poi che acciò, non ho risposta alcuna
Parto qual nave spinta da fortuna:

Cusì al mio albergo, vo lagrimebondo
Dove un pellago fo, con miei lamenti
Del pianto, faccio il mar, largo e profundo
Degli sospiri, gli rabiosi venti
Degli singulti, il tonar furibondo
E degli gridi, i fulmini cocenti
O miracol de amor, che de uno amante
Lo albergo, i' facci un mar, lui navicante:

Hor poi ch'io vidi tua radiante imago
Lassato ho studii piaceri, e compagni
E in seguitarti donna, i' fui sì vago
Che mai nol penso, che 'l volto, no abagni
Cusì de pianto, e de suspir, me apago
Questi en gli premii miei, questi i guadagni
Se morte il vital corso mio, non troncha
Vo farmi citadin, d'una speloncha.

Ivi almen so, che me odiranno i sassi:
E al mio dolor risponderanno, i monti:
Ivi al men so, che gli sospir ch'io trassi
E quei ch'io traggio, ad uno, ad uno, fien conti
Ivi al men so, che le fatiche, e i passi
Fian note, a selve a boschi, a fiumi, e a fonti:
Ivi al men so, che ogni fera sdegnosa
Fia più che te: dil mio penar pietosa.

Nobile partesi: & Rustico vien cantando al solito suo exercitio in questo modo dicendo.