— O anche non ne professa affatto.

— O anche non ne professa affatto — ripetè Anna malinconicamente con le mani abbandonate in grembo, gli occhi alti seguenti un sogno.

Il signor Pompeo non giudicò prudente di continuare una conversazione che gli aveva già guasta la serata. Augurò in fretta la buona notte e se ne andò. Anna soggiunse allora con molta dolcezza:

— Io, vedi, preferisco il dubbio doloroso di un'anima ardente alla tranquilla acquiescenza di chi non si è mai domandato una volta nella vita: dove vado? Religiosa è per me la persona che si inchina davanti al mistero e lo rispetta, non colei che sul mistero non ha mai palpitato e professa i riti nello stesso modo che metterebbe un paio di guanti.

— Nostro padre....

— Babbo — interruppe Anna divampando improvvisamente — diceva che il miglior modo di riconoscere Dio è quello di trasformare tutta la nostra vita in un profondo ed occulto atto di adorazione.

— E chi lo giudica?

— Chi lo deve giudicare se non Dio stesso?

Non era la prima volta che fra le due sorelle veniva sollevata una questione di alta morale. Anna vi portava tutto il calore della sua anima maturata nella poetica eloquenza di Gentile Lamberti, ma Elvira che aveva oramai compiuta la sua educazione attaccandosi rigidamente alle formole concrete di una morale dottrinaria, si rifiutava a seguirla nei campi trascendentali della speculazione.

— La religione — rispose un po' seccata — è quella che è. Noi dobbiamo accettarla senza discuterla, specialmente noi donne.