— No, neri.

— Meglio bianchi.

Le signorine Lamberti trasalirono all'improvviso. Qualcuno aveva detto: “Il premio....„ Ma non poterono udire altro. Elvira, tacitamente, infilò il suo braccio sotto il braccio di Anna.

Giunsero infine alle ultime sale. Un drappello di giovani mascherava il quadro di Flavio, tanto che sembrava poco possibile potersi avvicinare. Anna tuttavia che era più alta della sorella si sollevò un istante sulla punta dei piedi e ricadde subito, stringendo nervosamente il braccio di Elvira. Aveva visto il cartello del premio affisso sul quadro.

— Lascia vedere anche a me, — disse Elvira con voce velata da insolita commozione.

Tremanti, felici, pallide, le due sorelle bevettero insieme a quella larga onda di gioia. Si parlava molto e forte intorno a loro, ma non erano più in grado di intendere nulla. Appena se videro, e confusamente anche questo, il signor Pompeo ritto accanto alla tela premiata sorridendo al pubblico con benevolenza.

— Andiamo, — mormorò Anna.

Rifecero una sala o due, ma il bisogno dell'aria pura le portò ben presto nel piccolo giardino della Mostra il quale era stato per la circostanza provveduto di fiori e di alte felci che aggruppate artisticamente davano per gli occhi l'illusione della frescura. Si erano da poco accomodate sopra una panchina, in un cantuccio discreto e ombroso, quando Flavio venne a raggiungerle.

Il povero fanciullo raggiava tutto attraverso una velatura indefinibile di mestizia rimastagli dalla sua triste infanzia e che il successo non poteva cancellare interamente. Egli aveva inoltre quella vera modestia che fa del trionfo un piacere raccolto, che lo sottrae alle manifestazioni turbolente e chiassose per innalzarlo ad una specie di rito intimo, quasi ad un patto religioso e solenne coll'anima.

— Suo, suo, tutto suo! — Alludendo al trionfo così Flavio rispose stringendo la mano di Anna, turbata anch'essa e felice, eppure mesta di una mestizia che anzichè essere in lei l'ombra del passato sembrava un'oscura prossima minaccia.