Elvira indugiava a parlare. Col busto per metà rovesciato sull'appoggiatoio della panchina fissava Flavio con uno sguardo ardente, insolito in lei, che non tardò ad esercitare sul giovane una singolare potenza di attrazione. Ella era in quel divino momento della giovinezza che conferisce ad ogni cosa viva il massimo della sua potenza. Per quanto casta e severamente educata, ed anche innocente, usciva da tutta la sua persona un impetuoso fascino di desiderio. Flavio lo sentiva, e nello stato di sovreccitazione in cui trovavasi gli riusciva impossibile la difesa. Si guardavano così, rapiti, colle pupille molli di involontarie seduzioni.

Quel silenzio parve ad Anna insopportabile; volle romperlo in qualche modo e incominciò a volgere a Flavio una quantità di domande la cui volubilità era troppo palese perchè ella stessa non avvertisse un senso di stonatura. Avrebbe allora voluto muoversi, riprendere la passeggiata affannosa in mezzo ai quadri, ma si erano appena sedute ed Elvira sembrava stanca assai. Guardandola in quella sua posa languida, col momentaneo pallore che le ingentiliva il volto, col busto giovanile fasciato di rose e il collo nudo emergente nel trionfo della linea che nessuna orma di tempo aveva ancor tocca, ne subì suo malgrado il misterioso impero. Sua sorella le apparve in quell'istante più che mai straniera ma armata di invincibili diritti. Piegò il capo e seguendo distrattamente cogli occhi il disegno della ghiaia per terra cadde in un profondo silenzio.

Un'orchestrina mascherata da un gruppo di felci gigantesche eseguiva un'aria dell'Orfeo. Le note delicatamente appassionate cadevano nel piccolo giardino non ancora invaso dalla folla, dove aliava un fresco odore di azalee appena dischiuse, dove il caldo greve ancora ma non contaminato conciliava un soave torpore sognante.

— Come si sta bene qui! — sospirò Elvira a fior di labbro.

Nello stato di sensibilità acuta in cui si trovava Flavio, coi nervi vibranti, la fantasia in tumulto, tutto il suo essere sollevato da un'onda di vita, anche quelle semplici parole si vestirono di imagini dolcemente accese quali fiaccole sul limitare di un sentiero nuovo, sconosciuto e tentante. Gli occhi di Elvira erano quel giorno straordinariamente larghi, natanti in un'ombra violacea di una morbidezza sofferente e voluttuosa e si attaccavano a quelli del giovane con un lungo, insistente richiamo, con bagliori inconsci di febbricitante.

— Temo — continuò Elvira sorridendo di un sorriso infantile — che i suoi ammiratori vengano a rapirla.

— Non è facile, — balbettò Flavio senza sapere molto quel che si dicesse, invaso come era da un dolcissimo turbamento.

Quando Anna sollevò gli occhi li vide stretti in un colloquio di brevi parole: brevi e interrotte come le parole che si erano scambiate poche ore prima a casa e che non aveva potuto comprendere. Vide pure il braccio destro di Elvira, dal quale ella aveva tolto il guanto, abbandonato sulla spalliera in vicinanza di quello di Flavio e benchè l'atto fosse giustificato dalla lunga confidenza, Anna ne ricevette una impressione disgustosa. Deviando lo sguardo avvertì la singolare animazione degli occhi di sua sorella.

— Stai meglio, mi pare?

— Sì, molto meglio. Era il caldo eccessivo delle sale che mi opprimeva. M'è rimasto un po' di cerchio alla fronte, ma passerà anche questo.