—Abbiate pazienza e rispondetemi categoricamente. Desiderate nell'amico le qualità di Orsola e di Pietro?

—Perchè no?

—Dunque sì?

—Ebbene sì.

—Ebbene no, no, no! Comprendo, badate, comprendo benissimo che la devozione, la bontà, la tolleranza possano essere il maggior risultato nei rapporti tra servitori e padroni; che ad ogni modo questi ultimi debbano apprezzarli assai, ma io chiedo ben altro al sentimento che riunisce due esseri eguali, senza scopo di lucro nè di interesse. Dove sarebbe l'idealità dell'amicizia se questa si limitasse a una dolce tolleranza e ad una amabilità benevola? Questo è ciò che si fa nel mondo, lo so bene e voi pure ve ne accontentereste. Quattro chiacchiere, una passeggiata, una colazione fatta insieme, la scelta dello stesso sarto e il gusto per la stessa musica, ecco secondo voi l'amicizia! Ci vuole altro vi dico, altro, altro. Che me ne farei di un amico che non dovesse contribuire al mio miglioramento, al mio innalzamento? All'amico, pensate, dobbiamo dare qualche parte dell'anima nostra, aprirgli questo sacrario immacolato e farlo riposare nel nostro cuore. L'amicizia è metà dell'amore, è qualche volta tutto l'amore: una cosa grande!

Pronunciò queste ultime parole con un accento profondo che mi diede un brivido. Seguì un lungo silenzio.

—Dunque devo tornare?—disse mio cugino alzandosi lentamente.

Mentre stavo per rispondergli, interruppe:

—Vi prevengo che sono poco tollerante, mediocremente buono, gentile a scatti e che non mi impegno per la fedeltà.

—Allora farete quello che vi aggrada—gli risposi, sforzandomi di sorridere.