—E sia. Vedete che non mi offendo. È già un buon principio per restare amici.
—Io, se dovessi avere un amico vorrei che fosse principalmente buono e poi affezionato, devoto e compiacente anche, disposto a sopportare i miei difetti—perchè non è questo il maggior pregio dell'amicizia: compatirci reciprocamente?
—Ho il dispiacere di dovervi contraddire ancora. Direte che la colpa è mia, ma ciò non mi impedirà di pensare che è vostra. Cara cugina, avete delle idee orribilmente tarlate. Pare impossibile che una così graziosa testolina racchiuda un simile museo di ferravecchi.
—Come? La bontà, la devozione, la fedeltà, la tolleranza, la compiacenza…
—…la gentilezza, la pazienza e aggiungiamone pure ancora una mezza dozzina, delle vostre virtù, vedete che le conosco; ebbene non sono queste le qualità della vostra cameriera (come si chiama? Brigida, mettiamo) e di quell'ottimo Pietro che venne ad aprirmi l'uscio e che si ricorda di avermi visto piccino?
—Orsola e Pietro—esclamai quasi ferita da quella punta di ironia che sembrava colpire queste mie vecchie affezioni—sono certamente le migliori persone che io conosca.
—Ve l'ho forse negato? Piacciavi rammentare che sono stato precisamente io a caricarli di tutta quella corona di virtù, è vero o no?
—E allora?
—Allora torniamo all'argomento. Voi desiderate nell'amico le stesse qualità dei vostri servitori?
—Le qualità appartengono indistintamente a tutti.