—La signora era troppo bimba allora; lo avrà visto ma non se ne rammenta. D'altronde egli entrava poco in casa; avendone avuto il permesso dal padrone passava il suo tempo nel boschetto delle acacie.

La visita di mio cugino mi lasciò un'impressione che nei successivi giorni di silenzio e di solitudine crebbe anzi che scemare. Egli avea suscitato nella mia mente un tumulto di idee affatto nuove e quasi risvegliato un senso nascosto, qualche cosa che dormiva in me, che sembrava morto, che sarebbe forse realmente morto senza quella potente evocazione.

Alla domenica, in chiesa, Orsola che veniva sempre con me, mi mostrò la mia cattiva parente sussurrando:

—Veda che aria di sfida ha quella goffa!

Ed io risposi, rischiarata da una luce superiore:

—Non occupiamocene, Orsola.

Nel ritorno dalla chiesa—era la fine di febbraio—mi parve di non avere mai visto tanto limpido sole, nè così lieti gruppi di casolari lungo la via e—questo fu senza dubbio un effetto della mia immaginazione—prima assai del tempo inturgidivano i rami dei mandorli dentro gli orti.

—Orsola—dissi con uno slancio che mi veniva dal fondo del cuore—non ti pare che la vita sia bella?

—La vita, mia buona signora, non è nè bella nè brutta. È la vita.

Avrei voluto che Orsola continuasse il suo discorso sviluppando il suo pensiero, ma ella invece soggiunse scuotendo il fazzoletto sulle sue scarpe nuove: