—Quanta polvere!
Tornata a casa la giornata non mi sembrò più splendente come prima. Forse il sole si era nascosto; le cortine rosse del mio salotto non ardevano di quel dolce colore di fiamma che gli dànno l'aspetto di un tempio preparato per misteriosi riti. Anche qualche altra cosa mancava al mio salotto. Io solevo passare le domeniche d'inverno giuocando con Alessio, chiacchierando con Orsola e con Pietro finchè non fosse giunta la stagione di raddrizzare i rosai e di preparare le sementi nuove; ma quella domenica mi parve interminabile.
—Pietro—dicevo di tanto in tanto—credo che abbiano suonato il campanello.—Va a vedere.
Pietro andava a vedere e riferiva:
—Nessuno, signora.
Raccontai ad Alessio una lunga favola; la favola del principe che era stato trasformato in bestia e che doveva rimanere bestia finchè la più bella fanciulla non si fosse innamorata di lui.
—Questo è impossibile—diceva Alessio.
Ed io:—perchè impossibile?—Se per esempio la fanciulla avesse capito che sotto le forme bestiali c'era il principe?
Ma Alessio non si interessava a questo problema. Io invece lo trovavo di una bellezza che non m'era apparsa mai prima di allora. Quanto dolore in quell'essere nobile oppresso da un destino inumano e quanta gioia nell'istante della liberazione! Come egli doveva amare veramente chi lo aveva così veramente amato!
Prima di andare a tavola Orsola, tutta turbata, venne a dirmi che la conserva di pere aveva preso la muffa. Ora mi ricordo benissimo che in altre circostanze consimili io avevo diviso le pene di Orsola, ma quella volta non mi fu possibile; cercai anzi di persuaderla che era una disgrazia ben meschina.