—Che daremo al piccino quando mangia alla sera il suo pezzetto di pane?

Così brontolava l'Orsola girando fra le mani il barattolo della conserva.

—Potremo ben dargli un po' di miele, non ti pare, Orsola? E se mancasse il miele credi che non basterebbe un po' di burro sul pane?

—Dio benedica la signora—esclamò Orsola—oggi trova tutto bello e tutto buono!

Effettivamente mi pareva che fosse zampillata dentro di me una fontanella, una fontanella di gioventù e di vita; me la sentivo sorgere dal cuore, precipitare sui polsi, dilagare sotto la pelle. Mi venivano in mente cose alle quali non avevo mai pensato; mi sorprendevo ad ascoltare nell'aria voci arcane e giulive, quasi un coro di ore felici che mi venisse incontro; ed era tale la mia compenetrazione col mondo invisibile che avevo qualche volta la sensazione di sentirmi crescere dei fiori nelle mani, dei fiori sui capelli.

Un giorno stando alla finestra vidi passare mio cugino. Egli alzò il capo e mi salutò molto garbatamente; l'indomani venne a farmi visita.

—Come avete tardato!—gli dissi.

—Avevo bisogno di vedervi per essere sicuro di non riuscire molesto; per questo passai e ripassai ieri sotto le vostre finestre. La facciata della vostra casa misura quaranta passi e il fianco trentadue. Il palazzo della Bella nel bosco non era forse così vasto.

Egli aveva un modo di parlare naturale e diceva le cose più sublimi come le più umili semplicemente, collo stesso accento convinto e persuasivo. Si guardò attorno e chiese:

—Dov'è l'omino?