Alessio sbucò di sotto una poltrona con un pulcinella in mano e le guancie tinte di melassa.

—Che faccia curiosa ha questo bimbo!

—Orsola dice che assomiglia a suo padre e Pietro dice che assomiglia a me.

—Ecco una prova dell'acume dei vostri consiglieri.

Pensai (pulivo nel frattempo la faccia di Alessio) che quando egli nacque suo padre era a Parigi, secondo il solito; che alle mie ardenti preghiere di ritorno aveva risposto che gli affari lo trattenevano—quali affari, mio Dio?—che poi aveva visto una sola volta suo figlio e che da due mesi mancavo di sue notizie.

—Mi sembrate triste.

—La solitudine è triste.

—Come mai, in compagnia di Pietro e di Orsola?

Oh che cattiveria! Sì, questa mi sembrò una cattiveria e una mancanza di cuore. Presi dal tavolino il mio ricamo e infilai l'ago senza rispondere. Io avevo forse desiderato la visita di mio cugino ed ecco che la speranza tanto rosea si mutava in un'aspra realtà. Ero decisa a non aprire più bocca; fu Lui che prendendo un gomitolo di seta celeste e palleggiandolo nelle mani, disse:

—Ho trovato alla Querciaia un disordine orribile. Mi piace esteticamente quella vecchia fabbrica che ha i muri di una fortezza e sui muri tante rose arrampicanti, e poi io sono sentimentale, sento delle voci arcane in tutti gli angoli della casa dove i miei vecchi sono nati e sono morti; ma, francamente, vi sono troppe ragnatele, troppi topi e troppi usci che non chiudono. Ho impiegato sei giorni, tanti quanti ce ne vollero per la creazione del mondo, a ordinare i libri negli scaffali. I quadri sul solaio mi daranno un da fare grandissimo; io non sapevo di avere tanti antenati alloggiati così male. Mi sento sopratutto mortificato in riguardo di una leggiadra bisavola bella come un amore, con certe maniche corte sopra un braccio idealmente bianco e certe mani… così, come le vostre. Un topo le ha portato via il fazzoletto ch'ella reggeva con due dita; oh come metterei volontieri a quel posto il mio cuore,