Quando mi presentarono l'uomo che dovevo sposare mi parve, nella limitazione de' miei confronti, quasi perfetto. A me, povera fanciulla ignara, la sua disinvoltura di giovinotto elegante fece molta impressione e poichè mi faceva regolarmente la sua corte credetti che mi amasse. Forse, chi lo sa! mi avrà amata allora—quantunque io abbia compreso di poi che quello non poteva essere il vero amore. Nemmeno un anno egli stette con me; si annoiava della mia compagnia e della solitudine campestre e appena ebbe la certezza del bambino che doveva nascere tornò alle sue abitudini di società mondana e di viaggi. Mi aveva promesso di darmi un appartamento in città per passare assieme almeno l'inverno, ma se ne schermì sempre o con una scusa o coll'altra; così senza scissure e senza ragioni il nostro matrimonio si era quasi sciolto. Sulle prime avevo pianto assai e assai pregato; mi ero umiliata a confessargli che non potevo vivere a quel modo, ma poi non so come, la calma era venuta.
La mia salute molto delicata (uno dei pretesti che egli accampava per non condurmi in città) mi fece quasi trovare una felicità in quello stato di rinuncia e mi ero fossilizzata così senza rimpianti e senza desiderî. Mio figlio e i due vecchi domestici formavano tutta la mia famiglia. Quante sere d'inverno ho passate con Alessio addormentato in grembo e l'Orsola che mi raccontava per la centesima volta le nozze de' miei genitori! Anche Pietro mi ridiceva gli aneddoti del tempo passato; uno de' suoi favoriti era quello dei miei cinque anni, quando egli mi aveva persuasa che si prendono i passeri ponendo loro un granello di sale sulla coda ed io uscivo in giardino colle tasche piene di sale. E rideva, rideva ancora il buon uomo!
Dicendo a mio cugino che vicino a noi non c'era nessuno avevo dimenticato le due figlie del defunto dottore, zitelle di quarant'anni che non essendosi mai allontanate l'una dall'altra venivano insieme qualche volta a trovarmi. Mi tendevano la mano, senza staccare il gomito dall'anca, così tutte chiuse e raccolte nella loro persona che mi davano l'aspetto di cartocci vuotati per un misterioso processo senza essere stati aperti. Parlavano pure sempre insieme, a mezza frase ciascuna, quasi sorreggendosi scambievolmente. Erano brutte, povere, non avevano mai avuto una gioia nella vita, ma essendo stata la loro madre bella ed elegante vivevano all'ombra della sua memoria non senza un certo orgoglio. Si parlava di cintura sottile: come la mamma: diceva l'una; e l'altra: ne abbiamo ancora la misura in un corpetto di raso. E la prima: bianco. A cui la seconda soggiungeva: fu quando la dichiararono regina della festa. E sorridevano tutte e due beatamente, stringendo le braccia esili contro la vita grossa.
Ma poi non c'era proprio altro per dieci miglia intorno.
Aspettavo dunque con impazienza la terza visita di mio cugino.
Egli non venne così subito e mi fece avere invece un pacco di libri con un biglietto "Vi mando i pensieri che io amo." Non diceva altro quel biglietto eppure mi pareva che contenesse tante cose.
Usciva da esso la sua voce sonora, imperiosa, il suo sguardo scrutatore, la sua anima così fuori dal comune. Non c'era in quella breve riga una sola parola gentile, non un accenno affettuoso, ma era tutta una gentilezza di concetto o tale mi parve, pensando che le idee elevate erano ciò che Egli amava più che tutto al mondo e facendone parte a me così umile ed oscura, mi dava la maggior prova di simpatia ch'io avessi mai ricevuta. Compresi allora più che mai la vacuità delle solite frasi, dei complimenti superficiali e sentii l'umiliazione di essermene qualche volta compiaciuta.
Una grande gioia calma e serena mi innondava il cuore. Quale oscuro destino o quale Dio veggente mi inviava la consolazione? Perchè veramente ciò che provavo era questo: una consolazione. Sorgeva in me lentamente un'altra me stessa, una parte di me che avevo dimenticata e che veniva a completarmi, quasi una persona creduta morta che ci gridasse un giorno aalle spalle: sono qui.
Come avevo potuto fino allora vivere di nulla al pari di una farfalla? Mi sembrava ora che il mondo fosse pieno di tante idee, di tante bellezze ignorate, di tante gioie austere e forti ed anche di sorrisi più intensi, più alati, più profondamente dolci di quelli a cui ero avvezza. Che cosa mi avevano annunciato tutti gli aprili della mia vita se non il ritorno dei fiori? Ed ecco che questo aprile novo mi recava un tributo di ricchezze spirituali non mai sognate.
Mi posi subito a leggere i libri di mio cugino, dapprima con qualche difficoltà, poi meravigliata di comprendere e di gustare anche problemi che una volta mi sarebbero parsi ardui e privi di interesse. Erano pagine di poeti, di pensatori, di anime calde ed elevate. Erano, strano a dirsi, rivelazioni di idee che avevano tratto tratto gettato un baleno nel mio spirito, come raggi che passano davanti e dileguano, come astri intraveduti in un lontano cielo ai quali non si crederebbe possibile di arrivare. Ed erano amici, amici nuovi e sicuri che mi si mettevano a lato, ora facendomi sorridere, ora facendomi riflettere, pungendomi, spronandomi, sempre con quella deliziosa sensazione di completamento, di linfa saliente su per i rami, che colma e che matura.