Prima assai del tempo—come aveva detto Lui—i rosai del mio giardino spuntarono tutti. La festa dei colori e dei profumi era intensa. Io e Alessio non potevamo più stare rinchiusi. L'Orsola, sofferente di reumi, mi ammoniva talvolta ma io non avevo più una fede cieca nella sua sapienza e correvo alla voce della primavera che mi chiamava all'aperto.
Alessio era felice al pari di me. Ruzzolandosi nella sabbia formava una cosa sola col palpito della terra, colle piccole vite dei bruchi e dei moscerini, coll'erba che cresceva, col gattino suo compagno di corse e di capitomboli, e sostando finalmente nella breve ombra dei rosai intuonava la sua canzone "M'alzo col sole" alla quale mi univo io pure con una voce trillante che faceva dire all'Orsola: Badi, si piglierà una raucedine.
Mio cugino mi sorprese un mattino della seconda metà di aprile inginocchiata nel mezzo di una aiuola, con un grembiale bianco, le mani coperte di vecchi guanti, intenta a spogliare i rosai dai bruchi che minacciavano di devastarli. Diventai molto rossa quando lo vidi e sorgendo lesta in piedi volli scusarmi per la volgarità di quella occupazione.
—Non trovo che sia una occupazione così volgare; lo è molto meno del chiacchierare senza scopo.
Mi venne allora la persuasione che egli avesse un po' di quello spirito ribelle che si piace a contraddire; volevo vedere tuttavia come avrebbe sostenuto il suo asserto.
—È ideale forse questo mucchio di bestioline che si contorcono l'una sopra l'altra?
Scossi intanto per terra la lama del vecchio coltello che mi aveva servito a raccogliere i bruchi, non senza nascondere un intimo ribrezzo.
—Qualunque azione è ideale se ha per scopo l'ideale. Chi ha maggior diritto di vivere secondo voi, il bruco o la rosa?
Esitai un istante, levandomi i guanti brutti di terra, poi dissi:
—L'uno e l'altra.