—Ecco!—fece l'Orsola con profondo sconforto—l'hai detto.

Mi voltai tutta d'un pezzo a guardare la mia vecchia domestica.

—Mi pare—ella continuò con una specie di allarme:—che mentre il volto ti è rimasto giovane il tuo cuore abbia maturato assai. Non ridi più come una volta alle facezie di Pietro e quando io ti narro quello che so, fingi di ascoltarmi ma io vedo bene che non t'interessa. Appena l'anno scorso, guarda, avresti giuocato ancora a mosca cieca!

—Cara Orsola, dobbiamo restare bambini tutta la vita?

—E perchè no, Myriam?

La buona vecchia aveva pronunciate queste parole e il mio nome con una così ingenua convinzione che mi posi a ridere e la calmai con una carezza. Guardandola, pensai ch'ella doveva essere vicina ai settant'anni e per la prima volta mi posi a misurare la distanza che ci separava. Povera Orsola! La sua persona secca ed attillata di vecchietta pulita era scossa da un lieve tremito, il capo grigio si inclinava quasi a indagare la terra che fra non molto doveva accoglierla, la luce smorta delle pupille sembrava ritirarsi poco a poco nel mistero dove si decompongono le vite.

—Orsola—le dissi—tu però credi che vi è in me qualche cosa che non cambierà mai?

Ella sollevò lo sguardo tremulo e mi fissò intensamente. Molte parole non sarebbero riuscite ad allacciare i nostri pensieri; quello sguardo sì. Mi prese la mano e la baciò mentre io le rendevo il bacio sui suoi capelli grigi.

In quel mese di luglio, mio cugino si lasciò vedere poco, ma la casa restava anche in sua assenza piena di lui. Per il solo fatto di esserci stato Egli vi era. Me lo sentivo vicino, gli rivolgevo la parola quasi avesse potuto rispondermi. Mi piaceva a immaginarmi le sue contraddizioni e a trovare le risposte più atte a calmarlo. Questa ginnastica del pensiero della quale Egli era l'unico perno occupava le mie ore d'ozio, mi era compagna nelle lievi occupazioni della giornata, mi seguiva dovunque come un profumo penetrante e nascosto.

Quando venne finalmente mi parve preoccupato. Io dissi che faceva caldo—poi dissi che il personaggio di Sita nel Ramayana indiano mi sembrava un simbolo—dissi pure che la rosa bianca, la rosa gialla, la rosa carnicina, non possono temere il confronto colla rosa purpurea—ed Egli non trovò da contraddirmi in nulla. Tratto, tratto mi guardava con una immobilità scrutatrice e m'aspettavo da un momento all'altro che parlasse, ma non parlò quasi mai in tutto il tempo della visita da lui occupata ad aprire ed a chiudere quindici scatolette giapponesi di graduata ampiezza che Alessio aveva dimenticate sul tappeto.