Mi trovavo in piedi accomodando dei fiori in un vaso; il mio piccolo Alessio, seduto sul tappeto cantarellava colla sua vocetta tanto commovente:
M'alzo col sole della mattina,
mando una prece dal core a Dio.
—Alessio—gli dissi—sta zitto un momento; mi sembra di aver udito dei passi.
—Sarà Pietro.
—No, non credo che sia Pietro. Aspetto nostro cugino, sai, il signore della Querciaia. Sarai gentile con lui, nevvero?
—Mi piace la Querciaia—riprese il mio bambino—perchè vi sono tanti uccelletti sulle piante.
In quel momento Pietro sollevò la portiera e Lo introdusse.
Questo mio parente non lo avevo mai veduto. Egli era stato prima in collegio, poi all'estero; ricordavo sua madre morta l'anno prima e che era una angelica creatura, ma di lui non avevo mai visto neppure un ritratto. Solo mi era giunta la fama del suo ingegno ed era questo che mi preoccupava un poco. Abituata ad una esistenza meschina, sempre sola col mio bimbo, con Pietro e colla vecchia Orsola, lontana da qualsiasi centro intellettuale, da qualsiasi parvenza di società, che cosa avrei detto a questo giovane culto e distinto?
Per fortuna, siccome mi trovavo già in piedi a mezzo del salotto, non fui molto impacciata nello stendergli la mano e Alessio che si alzò subito e venne a nascondersi fra le mie gonne mi fornì l'argomento del discorso.
Così di primo acchito non posso dire che mi fosse riuscito nè simpatico nè antipatico, ma certo mi parve non comune e guardandolo bene lo trovai bello di una bellezza fiera e delicata insieme.