Verso il tramonto un merciaiuolo ambulante al quale Pietro aveva consegnato delle stoviglie da accomodare ci avvertì che la signora forestiera era morta e che la figlia abbandonata sul cadavere pareva volesse seguirla, tanto era l'eccesso della sua disperazione.

—Non c'è nessuno che la conforta?—chiesi.

—Chi vuol mai! La Querciaia è affatto isolata e quelle signore non le conosce anima viva. Io lo so perchè passo di là colla mia merce.

Mi guardai attorno, guardai fuori dalla finestra nel deserto di neve, guardai in alto il cielo quasi bianco. Povera fanciulla!

Il merciaiuolo intanto si disponeva a continuare il suo viaggio e già si era posto sulle spalle il suo carico quando io gli chiesi se avrebbe potuto mandarmi prima di notte una carrozza. Mi rispose di sì e in mezzo alla stupefazione di Orsola e di Pietro gli ordinai di condurmela subito senza perder tempo. Baciai Alessio che si era aggrappato alle mie gonne e che si pose a gridare:

—Mamma, perchè piangi?

Io non lo sapevo; non mi ero accorta di piangere.

Feci i miei preparativi con una grande commozione, avvertendo che avrei condotto a casa l'orfanella per quella notte e raccomandando all'Orsola di apparecchiarle una camera.

Quando giunse la carrozza vi salii, seguita dai consigli dei miei buoni vecchi che mi esortavano a ripararmi bene e a tenere chiusi i vetri. Poco più di mezz'ora ci separava dalla Querciaia ma ne impiegammo quasi il doppio a rompere una via in mezzo alla neve che il freddo intenso aveva congelata e sulla quale volavano affamati e rattristanti i pochi superstiti di una tribù di corvi.

In quel paesaggio squallido, non più velato dalle folte piante e dai rosai, la Querciaia mi apparve colla sua strana architettura multiforme di rôcca e di convento insieme. Feci fermare dinanzi alla porticina del padiglione che mi venne aperta da mio cugino in persona.