A chi considera la grandissima differenza che corre fra l’educazione di una volta e quella dei nostri giorni, non può sfuggire la melanconica riflessione che il progresso è quasi tutto materiale quindi egoistico ed incompleto. I bambini dell’oggi vestono meglio, mangiano carne e bevono vino a scuola invece della classica mela che nei casi più fortunati riempiva da sola i panierini dei nostri tempi, si divertono di più, sono più svegli, più disinvolti; hanno giornali e riviste; i maggiori teatri si compiacciono di riservare per loro uso alcune serate o mattinate speciali, quando non siano addirittura veglioni e balli mascherati. I concorsi di bellezza sono stati offerti alla loro precoce vanità; si sono ideate esposizioni per essi e le famiglie non hanno mai fatto tanti sacrifici come ne fanno ora per circondare di rose le picciolette esistenze. Ma quanti sono compresi dalla riverenza del mistero? quanti intendono nella culla l’altare? Quanti nell’amore per il bimbo includono il rispetto alla sua innocenza ed alla sua libertà?

La tendenza voluttaria dell’epoca in cui viviamo e il materialismo spietato di tutte le aspirazioni fa sì che, anche tra i genitori, i migliori sembrano quelli che alimentano le gracili membra dei figlioletti con ferro ed olio di merluzzo, che li conducono a respirare l’arie ossigenate dei monti e non risparmiano nè un maestro nè una classe, fosse pure al di là delle Alpi, perchè si possa dire che essi hanno fatto di tutto per il vantaggio della loro prole. La diffusione della scienza e dell’igiene hanno pure contribuito a questa ricerca affannosa del miglioramento della razza e sta bene; ma basta? Ricordiamoci che il contatto di maestri i quali sanno solamente quello che insegnano, nel caso che lo sappiano, dà bensì al fanciullo la conoscenza di qualche ramo del sapere, ma lascia intatta la zolla feconda dell’anima, se pure non la offende e la isterilisce per le gravi deficienze dell’anima dirigente, come avviene non di rado.

Dicendo non di rado, temo di essere stata troppo ottimista, perchè davvero la più assoluta mancanza di criterio educativo si distende qual folta gramigna dalla casa alla scuola, dai maestri elementari ai professori cavalieri, dai genitori ricchi ai genitori poveri, dagli oziosi ai lavoratori, per cui nessuna scusa va ricercata nè nell’ignoranza, nè nella miseria e neppure nelle soverchie occupazioni, ma solo in una immensa dilagante povertà del sentimento educatore.

Infatti se le buone condizioni della vita fossero causa prima di buona educazione perchè non sono tutti onesti i ricchi? Perchè abbiamo i ladri dove non c’è bisogno di pane e i delinquenti nati dove nessuna miseria strinse il concepimento? Egli è che per educare occorrono persone veramente superiori, e queste, rare sempre, non guardano quando nascono se le circondano agi o povertà ma vanno dritte per il loro cammino di luce seminando il buon germe tanto sulle vette radiose quanto nel fondo dei burroni dai quali surse tante e tante volte l’umana pianta del genio. Per educare bisogna avere un’anima ardente, chiara, retta, sensibile; tutto il resto è pedanteria.

I genitori e i maestri di una volta trovavano un alleato già pronto nella fede. La religione, come la falsariga ad uno scrittore inesperto, offriva loro un percorso di precetti sul quale non c’era altro da fare che ricalcare i piccoli passi infantili; così anche le menti meno preparate entravano senza fatica in una parte dove l’opera della creazione si presentava compiuta e non rimaneva che quella della diligenza. Se la religione non avesse altri meriti, questo basterebbe per far comprendere quanto sia difficile sostituirla. Non dico certo che elementi morali non si possano trovare anche fuori di una professione di fede; ripeto che il dover fare una ricerca propria richiede una somma di qualità infinitamente superiore alla media, e se io abbia torto o ragione decida chi di codesti problemi si interessa.

Ma ecco precisamente il punto debole. Chi se ne interessa? Se si riformasse l’educazione si riformerebbe il mondo, lasciò scritto Leibnitz. Noi intanto prendiamo nota che di tale riforma gli indizi sono purtroppo incerti, e sarebbe pure un vastissimo e nobile agone per l’ingegno femminile questo: L’educazione per i ricchi e per i poveri, la morale per i ricchi e per i poveri, l’amore per i ricchi e per i poveri.

Molti anni fa abitavo una casa il di cui portinaio faceva il sarto. Era un piccolino, bruno, molto ossequioso, dalla faccia enigmatica; sua moglie, una bionda lunga e magra, allattava il loro unico figlio.

In complesso non c’era niente da dire, sembravano brave persone. Dopo qualche tempo un ragazzetto di otto o dieci anni venne ad accrescere la famigliuola; chi era? Sulle prime lo dissero un parente, un garzone, che so io, ma a poco a poco si seppe la verità. Era un figlio nato loro prima del matrimonio, messo all’Ospizio dei trovatelli, dimenticato per tutti quegli anni e ripreso nel momento opportuno di sfruttarlo. Egli infatti fu subito sottoposto agli uffici più gravosi e trattato duramente, come uno straniero che si è obbligati a tenere in casa, meno utile di un domestico, meno simpatico di un cane o di un gatto; il posto peggiore per dormire, il rifiuto della cucina per mangiare, scarse le vesti, frequenti le busse....

Ah! non posso ricordare senza fremere certe sere d’estate. Le mie finestre davano sopra un giardino e al di là del giardino il bugigattolo del portinaio nereggiava all’ombra, fatto vivo dalla lucernetta a petrolio; e nel silenzio degli alberi, del cielo stellato, veniva a volte un rumore secco che io non comprendevo: Sarà il vento! — dicevo a me stessa. Ma nelle sere afose di luglio in cui non tremava foglia il rumore si faceva udire ancora, lontano, come soffocato: Sarà qualche telaio!... Mai, mi si era affacciata la terribile realtà.

Me la dissero una volta a bruciapelo. “Sa che è un infame quel portinaio a battere suo figlio in quel modo?„