Non è il caso di accennare neppure lontanamente alla retrograda utopia del libero amore come rimedio, perchè, astrazione fatta dai riguardi di coscienza, esso risolverebbe la questione in senso puramente fisico, mentre è un complesso di diverse aspirazioni che si racchiude nell’amore ed anche coloro che inneggiano alla libertà dell’unione sessuale se vogliono informarla a un concetto elevato, devono pure annettervi una condizione di fedeltà, di responsabilità e di obblighi che ne fa una specie di matrimonio.
Nè lo scoglio economico si allontanerebbe col duplicare il numero dei professionisti, che ove ciò accadesse non più in via di eccezione ma come fatto generale, per inevitabile legge di equilibrio verrebbero a diminuire tutte le mercedi, col solo risultato finale di guadagnare in due quello che ora l’uomo guadagna da sè — e fra questi due chi ha tutto da perdere è la donna perchè oltre alle occupazioni, ai doveri, alle fatiche, ai dolori del suo sesso dovrà aggiungervi le occupazioni, i doveri, le fatiche, i dolori dell’uomo. E chiamano ciò fare del femminismo!
Ma poichè la parola è pronta, accettiamola. Siamo tutti femministi! La difficoltà consiste nell’intendersi e per intendersi conviene anzitutto allontanare il pregiudizio che tale altissima questione poggi esclusivamente sulla base materialistica come vorrebbero i riformatori o negli sdilinquimenti sentimentali, facile bersaglio di un ridicolo tanto ingiusto quanto puerile.
La peggiore sorte che possa toccare ad una donna è il celibato, non perchè l’uomo sia in sè stesso il supremo dei beni, ma perchè nell’unione coll’uomo a scopo di fondare una famiglia la donna trova la estrinsecazione completa di tutte le sue facoltà, sieno pure intellettuali fin che si vuole.
Fatta la debita parte alle eccezioni, che per ciò solo trovano la loro strada, una rivoluzione di sesso, mentre non giova a queste pochissime, danneggia le altre che in vani conati consumano le forze e perdono di vista la loro meta.
S’intende che ciascuno a questo mondo è libero di sè, tant’è vero che abbiamo i suicidi, ma quando si tratta di fare una propaganda, questa deve mirare alla vita, non alla morte.
IL FANCIULLO
Tra le forme diverse, buone e mediocri, alcune nobili, alcune anche morbose e sbagliate che assume la moderna beneficenza una sola è santa, se con questa parola un po’ antica ma non ancora scaduta dal suo fascino vogliamo indicare il massimo dell’eccellenza: la protezione del fanciullo. Il fanciullo è veramente un deposito sacro che gli uomini si trasmettono di generazione in generazione e quando un ricco dedica parte de’ suoi averi ad uno degli Istituti dove si raccolgono i fanciulli abbandonati parmi che esso compia davvero una bella azione; meglio che a soccorrere i ciechi, i rachitici, i vecchi, perchè in queste forme ristrette della pietà l’obbiettivo è anzitutto materiale e per quanto nobilissimo non assurge alla complessività grandiosa che si raccoglie intorno al problema della protezione dell’infanzia.
Siano dunque benedetti i ricoveri dove tanti piccini derelitti sono strappati alla miseria ed all’infamia, e chi ha denari ne dia pure per una causa che racchiude in sè tutte quelle a cui metton capo i bisogni dell’umanità. Ma non basta. L’errore comune che fa credere a un miglioramento dell’uomo sotto forma di benessere materiale è pure quello che induce a pensare di aver colmato ogni lacuna dando da mangiare a chi ha fame; così molti di coloro che largheggiano in beneficenza verso i non abbienti sono così privi in casa propria di luce ideale che i loro stessi figli offrono ragione di compianto ben più dei loro beneficati.
Guardiamo un bambino. Egli nasce ed è un nuovo mistero gettato nel mondo! Il suo primo vagito è una voce che nessuno ha udito ancora; il gesto delle sue piccole mani è quello di un’angelo che schiude le porte dell’avvenire; per questo il simbolo più profondo della religione cristiana mi è sempre parso l’adorazione della culla, la divinità dell’infante.