Persone serie, animate dalle migliori intenzioni esclamano: “Oh! che la donna non debba far altro a questo mondo?„ Precisamente; ma scusate se è poco. Si vorrà ammettere per lo meno che non ci sarebbe stato bisogno di nascere donna se non fosse appunto per ciò. Tutte le questioncelle di sapere o non sapere, di diritti, di indipendenza, intorno alle quali si fa tanto baccano, sono men che bolle d’aria a confronto di questa questione capitale, la sola vera questione della donna. Il resto potrà essere buono o buonissimo od anche ottimo ma non è necessario. Raggruppando intorno ad esso tutte le forze si stornano dallo scopo principale, si impoverisce la pianta a furia di sbizzarrirsi nelle ramificazioni e col pretesto di giovare alla causa femminile si trascura l’essenza stessa e il perchè della donna nella creazione e nella società.

— Non crede ella — mi obbiettava recentemente un giovane sacerdote di molta intelligenza — che vi sieno stati d’anima speciali i quali consigliano anche alla donna vie diverse che non sia la maternità? E non può la donna liberamente scegliere ciò che le conviene?

Certo che lo può. L’eccezione è essa pure una regola od ha almeno al pari della regola diritto di vivere. Ma l’eccezione non risponde mai ad un bisogno generale. Noi tutti abbiamo veduto qualche equilibrista a reggersi sopra una lama di coltello; ma ciò non prova ancora l’utilità di una lama di coltello come passeggio pubblico. Quando si fa, come nel caso attuale, una questione di sesso, bisogna vedere anzitutto quale sia la sua precipua condizione d’essere e se è appropriandosi le attribuzioni maschili che meglio può giovare a sè stesso ed agli altri o non piuttosto cercando di migliorarsi nelle attribuzioni proprie. Il problema femminista va risolto in un accrescimento di femminilità. Sieno le donne sempre più interne, sempre più intime; presiedano esse all’urna della vita e versino da quella ai loro assiderati compagni la sola cosa necessaria alla felicità di entrambi: l’amore. Per la donna sopratutto sembrano scritte le parole di un nobile poeta e pensatore: “Studiate, studiate, studiate e sarete piccoli; amate, amate, amate e sarete grandi„.

Promuovere delle leggi sul lavoro della donna è certamente ottima cosa che non si collega però se non indirettamente alla felicità della donna stessa. Poichè il bisogno primo della donna risponde con bella armonia allo scopo per cui fu creata, queste leggi le saranno di giovamento, ma sempre in seguito alla legge d’amore dalla quale la allontanano invece la concorrenza all’uomo nella carriera degli impieghi e la partecipazione materiale alla vita pubblica. Non a caso dico materiale perchè non è affatto mia intenzione di precludere alla donna l’interessamento a queste parziali necessità della vita, così come l’uomo si interessa e prende parte al reggimento della famiglia il quale appartiene di fatto alla sua compagna, onde fondendo, non gli uffici, ma le idealità loro, si aiutano e si completano. “L’emulazione — lasciò scritto Mirabeau — non deve essere la smania di uscire dalia propria condizione, bensì di distinguervisi„ differenza sottile che ogni donna deve meditare seriamente prima di rinnegare tutte le glorie del suo passato.

Nè inferiori, nè superiori, nè eguali, ma diversi ed equivalenti. Essendo questa la mia formula di giudizio relativa ai due sessi, mi domando perchè si debba esigere dalla donna che ella compia oltre la sua anche la parte dell’uomo, mentre non si chiede all’uomo di surrogare la donna negli uffici suoi. Non vi è nessuna ragione, nè sentimentale, nè scientifica, nè economica che corrobori tale inversione dei diritti e dei doveri, perchè se per la dignità femminile basta di fronte al lavoro dell’uomo l’inimitabile ed invalutabile lavoro della maternità, il giudizio della scienza e dell’economia ha da lungo tempo proclamato il vantaggio della divisione del lavoro.

C’è chi non fa mistero del fine a cui mira e dice chiaramente: Vogliamo la distruzione della famiglia, del nome, della legge, dell’eredità, dell’amore, di tutto ciò che è fuori dalla lotta selvaggia e primitiva. C’est à prendre ou à laisser, ma questa dichiarazione ha il vantaggio della sincerità; è qualche cosa; si può almeno discutere.

Quando però un pazzo getta un zolfanello acceso in mezzo alla folla non si sa più dove si va a finire. Nel panico, nella eccitazione, nei malintesi, si compiono eccidii miserandi e una quantità di persone muoiono asfissiate, senza sapere nemmeno chi dover ringraziare.

Nei miei ricordi pieni di compassione e di simpatia c’è una vecchia zitella gobba. Non so chi avesse gettato lo zolfanello vicino a lei, ma la poveretta col fumo negli occhi ed annaspando girava di casa in casa per raccogliere firme ad una promulgazione sulla legge del divorzio... Non voglio entrare qui a parlare del divorzio, si capisce; la singolarità sta tutta nella persona che si faceva interprete di una questione simile. Ella ripeteva come un povero automa dalle braccia di stoppa, a cui si è posto un meccanismo in gola. L’amore, la libertà, i due coniugi, la separazione di letto e di mensa e l’amore da capo, colla intonazione sbigottita di uno che avendo viaggiato il mondo nel fondo di un baule volesse raccontare le sue impressioni del deserto, dell’oceano o delle aurore boreali. Poveretta!

Ed una rammento, bellissima, di un ingegno che adunava ai suoi piedi tutti gli omaggi, ricca, buona, in possesso di ciò che si ritiene la felicità. La rammento in una calda sera di autunno, sotto un pergolato gonfio di grappoli, mentre toccandosi colla mano i fili d’argento della superba chioma mi diceva con un singulto spasmodico: Oh! fossi senza tetto e senza pane ma sapessi perchè germogliano queste piante, perchè questa vite porta i suoi frutti!

Un simile grido in una bocca cotanto pura, assunse in quell’ora e in quel paesaggio, una espressione tragica che non dimenticherò mai più. Doveva aver pianto lagrime di sangue ed essere passata attraverso tutte le torture perchè le sconsolate parole trovassero il varco delle sue labbra. E quando la rividi alla luce dei doppieri colla maschera sul volto di donna felice, circondata, adulata, avendo intorno a sè le delizie del lusso e dell’intelligenza mormorai ancora: Poveretta!