Avremo un’altro tipo di donna — essi dicono — più forte, più evoluta, più conforme alle esigenze moderne. No, no, no! Voi continuerete a svolgere esternamente senza profitto d’alcuno le qualità interiori che fecero finora della donna l’educatrice per eccellenza, voi devierete queste qualità (che hanno mezzi e fini diametralmente opposti a quelli dell’uomo) verso una meta unica, uniforme, raggiunta la quale vi troverete assiderati e nudi a guisa di chi abbia smarrito la luce e il calore, perchè la donna è appunto la luce e il calore, e quando non può essere ciò che è, non è più nulla, per quanto dottoressa o professoressa.
Una grande maggioranza di donne si trova inferiore al proprio còmpito, è vero, ma questo si può dire anche degli uomini. L’errore consiste nel credere che ciò che giova all’uno debba giovare alle altre e che una parità di educazione sia desiderabile quando tutto è diverso in loro fin dalla nascita; quando scavando nella polvere dei secoli, davanti a pochi frammenti di ossa umane, si può dire: questo è lo scheletro di un uomo, questo è lo scheletro di una donna; quando nella oscurità più completa solo udendo un grido sappiamo se chi lo ha gettato è un uomo oppure una donna. Eh! via, il sesso non è un pregiudizio e non si cancella. L’errore consiste nel credere e nel far credere che la donna si trovi menomata restringendo la vita fra il talamo e la culla, che scrivere dei bozzetti sia occupazione più intellettuale che allevar figli, quasi la vita dell’anima e le più alte aspirazioni e l’ingegno più sottile non potessero trovare materia per loro nella cerchia delle pareti domestiche.
Un nobile poeta ci lasciò di sua madre questa descrizione: “I primi succhi nutritivi della mia intelligenza li attinsi sopratutto nel cuore di mia madre; leggevo co’ suoi occhi, sentivo colle sue impressioni, amavo col suo amore; si avrebbe detto che la sua natura, i suoi sentimenti, le sue sensazioni, i suoi pensieri fossero i miei. Oh! senza di essa nulla avrei compreso della creazione che mi stava innanzi, ch’ella mi spiegava con quella sua anima aperta, calda, amante, spargendo su tutto la luce, mettendo in tutto la vita. L’istruzione insensibile che ricevevo non era una lezione, era l’attività stessa del vivere e del pensare che andavo compiendo sotto i suoi occhi. Mia madre si dava poca pena di ciò che chiamasi coltura; non aspirava a fare di me un fanciullo prodigio; non permetteva che mi si comparasse con alcuno, nè mai mi esaltava o mi umiliava con dannosi raffronti. Pensava che in tutte le condizioni dell’esistenza è mestieri da prima fare un uomo, e che quando l’uomo è maturo, e cioè quando l’essere intelligente è in giusti rapporti con se stesso, con gli altri uomini e con Dio, sia pure un principe od un operaio, egli è ciò che deve essere, è per sè stesso un bene e l’opera della madre è compiuta„. Facciano questo le donne, sempre questo e niente altro che questo! L’ammirabile creatura di cui parlo viveva nella più grande semplicità, in campagna, nella compagnia degli umili e dei poveri; non era dotta, non frequentava i dotti, ma formò l’animo di suo figlio per modo che egli potè dire parlando di lei: “È nel cuore che Dio ha messo il genio della donna, poichè le opere di questo genio non abbiano ad essere che opere d’amore„.
Come si vede, io sono ben lungi dal negare l’intelligenza della donna e nemmeno la ritengo inferiore a quella dell’uomo. Dico e ripeto che è altra cosa e che perciò appunto deve applicarsi là dove l’uomo non riescirebbe, non potendo il bene derivare se non dall’equilibrio. Nessuno mi immagino vorrà negare che sia tattica errata quella di riunire tutto il peso da una parte sola della barca: nel nostro caso il punto sovracaricato è la produzione dirò così materiale dell’ingegno, una specie d’idolatria barocca e ottusa che si viene sostituendo all’ardore intimo per cui si apprezza maggiormente un ignorante laureato che un uomo d’ingegno senza diploma, uno che pubblica su per le gazzette ad uno che si accontenta di leggerle. E come non bastasse questa viziatura di criterio nel sesso forte, ecco che se ne immischiano le donne e fondano Leghe, architettano Circoli, sognano di Riviste e di Biblioteche dove possano riunirsi anch’esse. Chiamano tutto ciò: “migliorarsi!„ La casa intanto si vuota a poco a poco...
Come già vedemmo spenti gli antichi focolari, centro di affetto, di allegria, di intimità, mentre un calore senza luce riscalda le nostre case dove una fiammolina senza abbracciamenti cuoce lugubremente nell’ombra le nostre vivande economiche, vedremo sparire il tavolino da lavoro, la seggioletta delle lunghe soste che tanta poesia di ore meditative chiudeva in sè e sulla quale noi, prossimi a dileguarci, evochiamo ancora pallidi e lontani profili di donne squisite che i nostri figli non troveranno più. Cade a proposito qui la sentenza dell’Evangelista: la lettera uccide. Sì, noi soffochiamo, anneghiamo nella interpretazione gretta e materiale di tutto ciò che si riferisce allo spirito. Invece dell’“anima aperta, calda ed amante che sparge su tutto la luce mettendo in tutto la vita„, si va educando una donna saccente e dottrinaria, una illusa che chiudendo alla sera i suoi dotti commenti su Tasso e su Ariosto o firmando un appello alle altre donne sarà persuasa di avere bene impiegata la sua giornata. Si intende che, direttamente, nè commenti, nè appelli non fanno male a nessuno, ma uno spreco di forze è sempre un danno e movere ad infilzare gli anelli di una giostra quando il nemico ci sta scassinando la porta di casa non pare veramente opportuno.
L’istruzione al pari della religione sono parole vuote di senso ove non le animi una forte idealità. Abecedario e paternoster non hanno alcun valore se non vibra in essi il soffio elevatore. Abbiamo chiese, abbiamo scuole, abbiamo libri, ma guardiamo a che cosa ci hanno condotti questi ultimi venti anni in cui le scuole si sono moltiplicate e i libri abbondano e tanto abuso si fa della parola educare. Inutilmente si accusano la miseria e l’ignoranza per spiegare i traviamenti del popolo quando nelle classi più colte vediamo lo stesso scetticismo, la stessa sete di piaceri materiali, la stessa mancanza di moralità, la stessa leggerezza, starei per dire lo stesso ritorno alle barbarie ed alla impulsività primitive. Ah! purtroppo quello che manca non è l’istruzione, non è nemmeno il pane. Cessate dal rizzare altari, dall’agitar turiboli; è tutta opera e rumore vano; manca il Dio.
Cuori amanti, anime appassionate, donne — donne nate all’amore — ricostruite la casa! Non è la scuola che educa, è la casa; non è il libro che insegna, è la vita; non sono i maestri che fanno l’uomo, è la madre. L’opera d’amore, come ogni mistero, ha bisogno di raccoglimento; e se vi è ancora da sperare qualche cosa nel futuro, se dobbiamo cercare un porto dove orientarci e un faro che ci additi la via, non sarà certo fra i comizi delle emancipatrici ma sarete voi, donne oscure, donne umili e forti, salde alla vostra missione che ci salverete tutti. Di una coscienza profonda abbiamo bisogno e la coscienza non si acquista studiando. Essa è innata negli esseri superiori, è un vero stato di grazia che si può, fino ad un certo punto, comunicare agli altri per mezzo dell’esempio, non in diverso modo. Ora l’esempio non è predica, non è dottrina; l’esempio è il calore silenzioso di un pensiero che segue il nostro e lo biasima o lo incoraggia con un solo volgere degli occhi. Un rossore, una lagrima, bastano qualche volta ad illuminare un’anima, una mano tesa al momento opportuno può salvare una vita che si accasciava. E si dirà che la donna non ha nulla da fare? E la si spingerà ancora nelle biblioteche, nei tribunali, nei comizi, ancora, quando la casa da lei abbandonata cade in rovina e l’uomo giunto alle maggiori conquiste dell’intelligenza troverà che tutto è arido, tutto è inutile, tutto è infecondo senza il suo amore?
VECCHIE ZITELLE
Molto prima che si parlasse di una questione femminile io avevo presa singolarmente a cuore la causa della donna dal punto di vista della sua felicità, concentrando specialmente le mie osservazioni sulle vecchie zitelle. Circostanze particolari mi offrirono occasione di conoscerne molte, di poterle studiare quindi su larga scala con abbondanza di documenti e per la pietà somma che ne ebbi le feci eroine di molti de’ miei romanzi. Ma che questa parola pietà non faccia supporre alcun sentimento di umiliazione; se così fosse ho pronta un’altra parola sulla quale non vi può essere equivoco; dirò l’interesse che mi ispirano, dirò la bellezza artistica ed umana della loro causa, dirò il bene che volli a ognuna di esse, anche a quelle che mi fecero del male — forse sopratutto a quelle.
È una schiera interminabile che mi sfila dinanzi. Qualcuna, timida, a piccoli passi, con quei movimenti legati così caratteristici di uccelletto in gabbia; qualche altra cauta e felina, coll’andatura leggera di chi porta scarpe felpate; altre invece procedono rigide, maschili, scambiando la durezza per disinvoltura e la violenza per il potere, quasi fosse in loro un tentativo di mutar sesso per aver fallito quello che ebbero dalla natura; riconoscibili al gesto, alla voce, allo sguardo, al sorriso; tutte segnate da un misterioso accenno, da un velo impalpabile che sembra isolarle dal fermento della vita e rinchiuderle nello stupore del sogno. Qualcuna pare, voglio convenirne, aiutata da qualità specialissime, creatura veramente superiore, sforza le linee generali del tipo e si presenta con un’apparenza nebulosa di vedova, dove, a studiarla bene, la tristezza è più profonda, più inconsolabile, più disperata ancora. Ed io le amo tutte: le rassegnate, le ribelli, le martiri, le maligne, le invidiose, le ipocrite, le ridicole, tutte, tutte! Le amo perchè queste sono le vere infelici, le derubate, le vittime della società qualunque sia la loro condizione di ricchezza e di coltura. Queste sono le vittime che bisogna redimere se una redenzione è possibile, se c’è un progresso da fare; e se non si può, commiserarle ed amarle infinitamente.