Gli antichi lodatori del domo mansit lanam fecit si ispirarono forse ad un egoistico istinto di sovranità — io sono in questo d’accordo col mio gentile e intelligentissimo avversario Guglielmo Gambarotta che di ciò ebbe ad occuparsi molto felicemente nel suo bel lavoro sull’Adulterio — ma se quello fu un errore di interpretazione che lasciava intatta la sostanza ideale del fatto, ed era per conseguenza innocuo alla causa comune, non si può dire altrettanto del movimento attuale che tende a scalzare nelle sue basi più positive e più razionalmente perfette la divisione del lavoro indicata dalla natura fra l’uomo e la donna. L’errore degli antichi aveva sotto forma brutale un alto significato educatore; l’errore moderno conduce per i fioriti sentieri di un illusorio progresso al trionfo della vanità e del materialismo.
Ho già altre volte discusse — non so con quale risultato di merito ma certo con piena serenità e coscienza di osservatore — le conclusioni degli scienziati che a mezzo di bilance e di specilli credono di poter affermare l’inferiorità della femmina in confronto al maschio. Questione oziosa sulla quale vanamente si rintuzzano i campioni del femminismo. La femmina non è nè superiore nè inferiore al maschio; sono entrambi niente altro che femmina e maschio, cioè due parti ben distinte di un organismo indivisibile così armonico, così perfetto, che nulla di meglio si trova nella creazione e sarà sempre una perdita di tempo e di forze l’andare annaspando altrove che in questo meraviglioso mistero l’essenza del tutto. La bandiera del progresso non deve coprire dei lagni utopistici. Finchè la donna conserverà il privilegio di tenere nel suo grembo la vita del mondo ne avrà abbastanza per la sua attività, per la sua intelligenza, per i suoi doveri, per i suoi diritti, per tutte le parole che ci facciamo rimbalzare da un capo all’altro a guisa di palle elastiche, e che scoppieranno un bel momento da quelle vesciche vuote che sono, senza avere menomamente intaccato l’opera silenziosa della natura.
Un argomento dei femministi — vorrei dire fra i più deboli se non mi sembrassero tutti deboli a un modo — è l’obbiezione che non tutte le donne possono essere madri. Tutte lo dovrebbero soggiungo io ed ecco che l’abbiezione cade. Perchè alcune donne sono sottratte alla loro missione si dovrà imperniare la società sul caso particolare, diciamo pure sulla disgrazia particolare? Non sarebbe invece meglio riunire gli sforzi perchè ogni donna abbia il suo posto nella via dei secoli? Questa è l’idealità, questa la verità — e questo sarebbe il progresso.
Falso pudore, falso sentimentalismo e più che tutto materialismo mascherato da principio educativo consiglia ad allevare le fanciulle lontane da quella idea che rappresenta il solo perchè della loro esistenza e si tenta di gettare sovr’essa il dispregio dicendo che a questo modo la donna è una macchina da fare figliuoli. Si potrebbe dire egualmente che il sole è una macchina per produrre il calore e si direbbe la verità e non sarebbe meno vero per questo che il sole è la prima e la più poetica forza dell’universo.
La missione della donna è precisamente quella di procreare; peggio per chi interpretando volgarmente tale cosa divina non sa scorgervi altro che la funzione di una macchina. Io spero di potere un giorno dimostrare, sull’appoggio di documenti che sto raccogliendo con molta pazienza, quale parte abbia la donna nella trasmissione della intelligenza, cioè a dire della parte più spirituale dell’essere umano. Ma non è ora il caso. Per oggi guardiamo come intorno a questo soggetto della donna così individuale e così complesso, abbiano lavorato tutti gli ingegni, in tutte le arti, in tutti i tempi.
L’uomo nel cosmo può essere una accidentalità; ma dato l’uomo la donna vi diventa una necessità. Vi sono state a rigor di favola (e la favola non è altro che la maschera del vero) donne che vissero sole e guerriere sulla riva del Termodonte; ma di uomini senza donne nè storia nè favole parlano; anzi quando alcuni popoli credettero di non averne a sufficienza mossero a rapire quelle del vicino. Eppure accettando il principio indiscutibile della importanza e della necessità della donna, non si può a meno di restare sbalorditi contemplando per quali vie differenti e sotto quali diversi aspetti la donna si impose.
Nei tempi antichi essa è una figura sbiadita che non ha, si può dire, poteri riconosciuti. L’uomo allo stato di barbarie, forte della superiorità fisica, la relegava al secondo posto, come vediamo praticare anche oggi via via che si discendono gli strati sociali. Ma è appunto ammirabile che da quest’umile posto ella abbia saputo innalzarsi fin dove è giunta. Consideriamo che le religioni ebraiche e mussulmane rispettando la donna come sposa e come madre, scrissero tuttavia per lei nella Bibbia e nel Corano alcuni paragrafi ingiuriosi e le crearono esclusioni insultanti, fra cui primissima nella religione di Maometto quella di non poter partecipare al culto di un essere supremo e nella religione di Mosè l’accusa di impurità. In Grecia, tra le raffinatezze di una vita lussuriosa, l’arte sorgendo dai limbi informi modellò i primi capolavori sotto l’ispirazione delle donna. Da animale domestico ella salì al grado di cortigiana. Fu adulata, fu incensata. Il paganesimo trovò in lei la più perfetta espressione del suo culto ed Aspasia scuotendo i braccialetti d’oro sul capo inebbriato di Pericle potè annunciare ridendo che il tempo delle catene era finito.
Non doveva tuttavia essere questo il suo trionfo maggiore. Il cristianesimo primo rialzò veramente la donna. Coll’apoteosi di Maria ella fu salva. Passando dalla forma all’idea, dal talamo all’altare, la donna cristiana ha confermato l’infinito potere femminile. In vista di quella meta raggiante le martiri e le sante partirono dalle oltraggiate case ingrossando le file che divennero legioni e popolarono gli aspri sentieri della conquista nova. Innalzando il grido della rivolta si chiamarono figlie di Dio e vollero la libertà; si chiamarono sorelle di coloro che soffrono e vollero il martirio; si chiamarono compagne dei forti e vollero la lotta. La religione cristiana svolse tutta l’idealità della donna. Disse: tu sei la parte migliore dell’uomo, rialzati dal vil posto di concubina ed assorgi alla gloria della famiglia!
Poi venne il Medio Evo. Quelle turbe su cui il cristianesimo aveva soffiato il concetto di una idealità elevata erano preparate all’accettazione del motto che fu per tanti anni la forza di intere nazioni: Dio, il re, la donna. Dal fondo delle borgate, dai tetri castelli, il fiore della gioventù accorse sotto il nobile vessillo. Nè conviene giudicare il trionfo della donna nel Medio Evo perchè la vediamo giudice nei tornei ed arbitra delle corti d’amore o perchè i menestrelli cantavano patetiche romanze sotto ai veroni illuminati dalla luna. Sfrondiamo pure la leggenda dei fiori che vi ricamò intorno la fantasia, resta sempre il nome della donna invocato quale egida dell’onore, messo a canto ai nomi di Dio e del re. Che fosse dittatrice di sentimenti gentili o monaca consigliera di sante abnegazioni, l’influenza della donna nel Medio Evo è grande. Temperò i costumi rozzi e violenti, pose nel cuore dell’uomo altri desideri che non fossero di stragi e di sangue. Ricompensando i prodi col suo sorriso elevò l’amore e dalla stessa fonte che l’aveva resa oggetto di bassa considerazione seppe far raggiare la sua gloria maggiore. Coll’amore poggiato in alto la donna fu regina.
Ed ora che cosa le si vuole offrire di più? Scosso sui cardini il potente colosso del cristianesimo anche l’astro della donna si vela. Chi ha attentato al potere divino non indietreggerà davanti alla donna. Le sottigliezze di una filosofia ribelle, i costumi di troppo rozzi che erano divenuti eccessivamente raffinati, sviato l’ideale, cresciuta la smania dei godimenti, acuiti i bisogni, il ridicolo gettato a piene mani su tutto ciò che è mistero, cessa, si capisce, l’alto potere femminino. La donna ritorna donde era partita; strumento di piacere o macchina da fabbricar figli. Ma che cosa le si offre per rialzarla di nuovo? Io lo domando ai femministi che si illudono di giovare alla donna aprendole biblioteche e circoli, cattedre ed urne o di consolare il suo cuore angosciato con un titolo accademico o di riempire il vuoto della sua esistenza con un seggio alla Camera. Può darsi che questa cosa orribile avvenga: “una donna felice fuori della famiglia„. Ma allora o femministi il vostro trionfo segnerà la morte della donna.