È verissimo che ogni essere creato subisce la legge di adattamento, tanto che nella feroce smània di mascolinizzare la donna noi vediamo già sparire a poco a poco le linee generali del sesso. Guardiamo per persuadercene i figurini della moda, guardiamo la riproduzione della donna negli artisti ultimissimi dove la disinvoltura e la snellezza a furia di acrobatismi raggiunge la morbosità. Gli attributi materni, che formavano il vanto precipuo della bellezza femminile antica, cedono il posto ad una ambiguità androgina intorno alla quale si contorce la smaniosa ansia del nuovo. Non più petto, non più fianchi; qualche generazione ancora, e i posteri sosteranno meravigliati dinanzi alla Venere del Tiziano domandandosi che razza di donne erano mai quelle. Ma resta da provare che vi sia in ciò un miglioramento; perchè questa appunto è la posa più antipatica del femminismo, di voler dar ad intendere che si migliora; mentre tutta codesta agitazione non rivela altro che lo stato convulsionario della società, febbrile, malcontenta, avida, insodisfatta, ammalata, che con dar volta suo dolore scherma.
La maggior parte delle donne (io lo voglio sperare) che si ubriacano ora colle parole diritti, rivendicazione, dignità, pensiero, lavoro, progresso, sarebbero inorridite dell’avvenire che stanno preparando, se tale avvenire non fosse loro mascherato dai fiori e dalle fronde più inorpellate che abbia mai agitato la retorica. E siccome, pur essendo ardentissimo il palpito che mi muove, fredda e serena parla in me la ragione, non mi illudo menomamente di convertire nessuno. Deve bastare alla coscienza un grido libero e coraggioso. Il tempo farà l’opera sua.
Consideriamo intanto che in seguito alla soppressione degli attributi femminili, cioè materni, la donna spinta fuori dalla sua orbita, rovesciando tutti gli ostacoli nella sua corsa cieca, vorrà sopprimere anche la maternità. Quando ella sia ben convinta di non avere altri obblighi diversi degli obblighi maschili, e quando per la sua educazione, per le occupazioni, per le abitudini sia pareggiata all’uomo, e tolto di mezzo qualsiasi ostacolo morale o religioso, qualsiasi reticenza di pudore, qualsiasi responsabilità sessuale — alle quali cose si deve arrivare infallibilmente — per logica fatale e terribile la donna si rifiuterà a soffrire. Perchè, dirà essa, l’uomo deve avere dall’amore solo diletto ed io tanto dolore? Da questo alla soppressione del figlio non c’è che un passo, e saranno solamente le stolide che porteranno il grave pondo; le intelligenti non ne vorranno sapere. Data tutta ai lavori dello spirito, in tre o quattro generazioni la donna avrà rinunciato al desiderio occulto delle sue viscere; la donna dunque morirà e con essa il mondo.
Indubbiamente fra le odierne preoccupazioni che ci tormentano, questa, che tuttavia non appare, è forse la più seria di tutte; perchè andare incontro alla distruzione della nostra razza divenuta esausta per eccesso di civiltà può essere una suprema legge di natura alla quale convenga inchinarsi; ma esaltare la nostra agonia e fare della morte una apoteosi di progresso, questo poi, no. Cotale atteggiamento è sopratutto umiliante per la donna che si presta strumento inconscio alla lugubre mascherata, abbacinata anch’essa al pari dei selvaggi che si fanno marciare in guerra, assordandoli di scoppiettii e agitando dinanzi al loro occhi drappi variopinti. Si compirebbe così l’oscura profezia dei tempi biblici per cui la donna, l’eterna Nemica, conduce l’uomo alla morte.
Fin qui la logica. È lecito tuttavia sperare nelle forze segrete della natura che ridona tante volte la vita quando i medici hanno già pronunciato la condanna. Certo se la società è ammalata al punto da avere tutti i suoi organi in isfacelo, i suoi giorni sono contati, non v’ha dubbio; e nello stesso modo che curvi sul cuore di un ammalato ne interroghiamo i battiti per sapere quanto vivrà, la donna che è il centro della vita universale ci darà la misura del pericolo. Esso è appunto grave nell’ora che corre; abbiamo quaranta pulsazioni al minuto. Ma che perciò? La malignità del morbo, i cattivi medici, perfino la cura sbagliata, nulla potranno contro l’imperscrutabile mistero che ci guida. Se la meta è la vita, l’avremo!
Passata la crisi risorgerà l’inferma più rigogliosa di prima; questo dobbiamo credere per schietta fede nei destini dell’umanità.
PER UN MILIONE DI ZERI
Dinanzi a questo titolo e ai fogli candidi che m’aspettano, sopratutto dinanzi all’onda incerta e vaga dei lettori tutti così ignoti, tutti così interessanti, penso con malinconica invidia agli scrittori che ebbero nel momento voluto un popolo intero d’accordo col loro sentimento. Non sempre furono questi i poeti migliori, i pensatori più profondi, ma essi conobbero la gioia di stringere in un solo amplesso il più gran numero di cuori!
Io invece so già di andare contro corrente. Odo i fischi del vento contrario, vedo disegnarsi nell’ombra i profili minacciosi degli scogli, e qualcuno che già mi volle bene, ritrarsi sfiduciato da me. L’ora è triste. Ma forse che anche nelle ore più scoraggiate, nelle ore tragiche, non si può trovare una specie di bellezza a combattere e sia pur soli, per ciò che si crede vero, che si crede buono? Del resto cosa vuol dire essere soli nel campo del pensiero? Le idee non sono mai sterili. Cade da esse il polline misterioso che trasportato in lontane e più feconde regioni forma una selva di ciò che non era che un solitario arbusto.
Per un milione di zeri io scrivo oggi — e dovrei dire per parecchi milioni. Non si chiamano così oramai le donne modeste ed oscure vantate dai saggi antichi, derise dai moderni? Nella affannosa ricerca che l’umanità va continuamente compiendo verso un inafferrabile ideale di bene, essa non fa altro che rinnovare l’immagine di un fanciullo brancicante dentro una selva, ora volgendosi a destra, ora a manca, ora retrocedendo di qualche passo, ora pigliando un dirizzone a capo fitto dove vien viene. E al di sopra del fanciullo e al di sopra della umanità raggiano ironiche le stelle.