Imitare e sostituire l’uomo mi sembra, oltre che inutile, molto più umiliante dell’avere una missione a sè che la donna ha davvero ed infinitamente superiore a quelle che può togliere dall’uomo. La brutta idea non è nemmeno nuova. Fino dal secolo tredicesimo una seguace di Guglielmina la Boema voleva andare a Roma per far abolire il papa maschio e istituire un papato femminile. Ma quando vediamo una donna emergere nelle arti o nelle scienze, non dobbiamo credere che ella sia un segno precursore di altre donne simili nell’avvenire; no, ella è semplicemente una eccezione, e come tale possiamo apprezzarla più o meno ed anche ammirarla, se è il caso, ma non di più. Dire che la donna non fa generalmente ciò che fa l’uomo per vizio atavico, è confondere in un modo troppo grossolano per verità gli ultimi dettati della scienza, ed è anche ignorare che donne straordinarie, cioè fuori del comune, o eccezionali come dico io, vi furono sempre; perchè tali qualità nella donna non possono essere il risultato di una educazione o di una preparazione, ma solo la manifestazione isolata e individuale di un modo specialissimo di sentire. Le due più grandi scrittrici del secolo, Giorgio Eliot e Giorgio Sand, passarono i primi trent’anni della loro vita, l’una a manipolare burro, l’altra a fabbricar conserve; forse nessuna, ripeto, nessuna delle fanciulle che ora si vogliono tirar su per scrittrici (povere fanciulle!) scriverà il Mulino sulla Floss o Consuelo. Ma anche è necessario persuadersi che migliaia di donne le quali non scrissero romanzo alcuno sono e per intelligenza e per benefico influsso delle loro anime e per ricca sensibilità benemerite al pari e più della Eliot e della Sand.
Appoggerò qui una tesi alla quale accennai già altrove, cioè che tutta la forza impiegata dalla donna per i lavori, dirò così esterni, della intelligenza, vanno a detrimento del lavoro intimo, sublime, inimitabile, che lei sola può compiere, sacrificando la sua personalità all’uomo che deve nascere da lei. Sotto questo aspetto è facile scorgere quanto e la Eliot e la Sand poco diedero alla umanità in confronto delle oscure madri di Leonardo e di Dante. Compiangiamo anzichè invidiare, la donna che spinta da occulti destini fallisce la sua missione di olocausto al sesso da cui esce il genio.
Se io fossi investita di una autorità qualsiasi e la mia voce potesse lusingarsi di essere ascoltata, vorrei fare una ricerca e stabilire una statistica delle madri degli uomini grandi. Quasi sempre si troverebbe una donna superiore che non produsse nulla. La difficoltà di questa ricerca sta tuttavia nell’indole stessa della tesi che vorrei dimostrare, perchè appunto quelle donne non fecero parlare di sè e non lasciarono memorie scritte.
Cito a caso le madri di Goethe, di Schopenhauer, di Tennyson, di Ruskin, tutte di gran valore intellettuale o morale. La madre di Alfredo de Vigny, moglie di soldato, sapendo il figlio pure destinato alle armi, potè nell’ambiente eccitatore delle guerre napoleoniche trasfondere in lui le proprie doti di sensibilità e di finezza per cui la Francia annovera Alfredo de Vigny tra i suoi uomini migliori. L’emulo suo, Lamartine, ebbe anch’egli una madre ideale, una madre che era ella stessa l’essenza della poesia e che invece di scrivere dei versi fece un poeta. Guardando in casa nostra vediamo Belli, uno dei poeti dialettali più simpatici, trarre la delicata e sensibile tempra non certo dal padre, gretto e brutale, ma irraggiarsi in lui l’anima gentile della madre morta giovane ed infelicissima. Enrico Tazzoli, il martire di Belfiore, ebbe dalla madre il cuore ardente e coraggioso come quasi tutti — mirabile accordo femminile — gli eroi del nostro risorgimento. E come non pensare alla scontrosa malata anima di Leopardi senza ricordare con istintivo movimento di ricerca quella donna così poco donna che fu la contessa Leopardi nata marchesa Antici? In qual modo si sarebbe svolto con un’altra madre il genio dell’autore di Ginestra?...
Una figura grandiosa, una figura che trovo particolarmente interessante giganteggia in questa ricerca che sto facendo dei riscontri intimi tra madre e figlio. Agostino di Tagaste, l’ingegno più mirabilmente moderno dell’antica cristianità, non riconosce di dover tutto a sua madre? Qual donna fu Monica! Non si leggono più le Confessioni di S. Agostino ritenendole buone solamente per i preti. Si ha torto. Sfrondati alcuni capitoli che non saprebbero più interessarci, tutto ciò che si riferisce alla vita intima del potente scrittore è ancora al giorno d’oggi affascinante. “Avvicinandosi il giorno in cui (la madre) doveva uscire da questa vita, giorno a Te (Dio) noto, ignoto a noi, avvenne, procurandolo Tu, credo, con occulti tuoi modi, che ella ed io fossimo soli appoggiati ad una finestra sopra il giardino dell’albergo in Ostia dove, lontani dal tumulto, dopo la fatica di lungo viaggio, ci rifacevamo per rimetterci in mare„.
Così incomincia il capitolo che precede la morte di Monica; e ancora parlando di sua madre Agostino trova una frase ammirabile: “Aveva nutriti i figliuoli suoi tante volte partorendoli quante scorgeva che deviassero da Te„. E su queste parole luminose ricche di profondi ammonimenti lascio meditare le mie lettrici che trovano poco da fare nella loro parte di donna.
GUERRA DI SESSO
Guerra di sesso! Chi avrebbe creduto che si doveva arrivare a questo? Eppure ci siamo, e mentre laggiù, nella tranquilla Olanda, i rappresentanti delle nazioni civili si riunivano in un congresso per la pace degli uomini, le donne pensano esse a suscitare una guerra di nuovo genere che per essere incruenta non è meno micidiale, anzi sarà la sola che avrà il potere di distruggere l’umanità, se date le premesse, è lecito spingere le conseguenze fino alla loro logica estrema come vedremo.
Riassumendo in poche parole la teoria da me esposta nel capitolo precedente, ripeto che l’uomo, genio creatore, quanto più ha creato in opere, tanto meno trasmette al figlio, per naturale legge di equilibrio della quale ognuno può cercare da sè antichi e recenti esempi. La parte della trasmissione è invece affidata alla donna che, a sua volta tanto più trasmetterà d’ingegno quanto meno ne avrà impiegato. È dunque desiderabile che la donna abbia ingegno, e molto, ma nello stesso modo che le Vestali avevano il fuoco; per custodirlo e conservarlo all’altare: ogni lavoro intellettuale della donna è un furto all’uomo futuro.
Nè serve l’obbiezione che quando il capolavoro c’è, importa poco che sia opera maschile o femminile; perchè davanti a due capolavori, l’uno maschile e l’altro femminile, il maschile avrà sempre la forza del suo sesso in più. Dunque la donna che avendo ingegno superiore non lo trasmette qual sacro deposito sacramente custodito al figlio che solo potrà farlo rifulgere nella sua pienezza, fallisce la propria missione e deruba il figlio; e così di furto in furto, propagandosi la mediocrità, il genio verrà estinto per sempre. Ora può darsi che questo sia inevitabile, ma è necessario sapere che si va incontro a ciò. Ci hanno mai pensato i femministi? In tal caso è su questo campo che bisogna portare la discussione se la battaglia deve essere leale. Se non ci hanno pensato, ci pensino, e se è questo che vogliono, lo dicano.