È desso che scaglia sul mercato tante donne scrittrici, le quali, tra il sezionare cadaveri o disegnare ponti, o misurar terreni o escogitare macchine o stillar pandette trovano che scrivere dei romanzi è più dilettevole.
Ed è per questo che la bella fanciulla di cui ho parlato, ondeggiando fra i nuovi ideali, mi domandava ingenuamente se dovesse fare la medichessa o la scrittrice, tanto era persuasa che i due termini si equivalgono.
Penna o bistouri non devono condurre alla stessa conclusione del guadagno? Ma forse colla penna ci si diverte di più.
Per quanto io abbia altre volte accennato a tale questione non l’ho forse sviscerata abbastanza. Mi pare che il momento sia giunto e con esso l’opportunità di fare quella specie di esame o di selezione che il maggiordomo della marchesa Travasa faceva ai preti nella “Nomina del cappellano„. Voglio scartare subito per non perdere tempo, e perchè francamente non ne valgono la pena, le candidate spinte alla letteratura dalla vanità, dall’ozio o dalla semplice imitazione; mettiamo pure nel numero anche quelle che vi si applicano come ad una nuova forma di flirt — che sono parecchie — e prendiamo direttamente a considerare lo scopo utilitario, il solo che abbia almeno apparenza di serietà. È stato osservato che la donna scrive più facilmente dell’uomo e ciò è vero se si considera l’abbondanza della sua corrispondenza; ma se vogliamo ricercare il perchè di cotale abbondanza, piuttosto che nella disposizione della mente non la troveremo forse nelle abitudini sedentarie e nel bisogno di sfogo sentimentale? Occorre tuttavia aver presente che altro è scrivere lettere ad amici ed altro volumi per il pubblico, appunto perchè il contenuto e non la forma fa il vero scrittore e si può imparare a scrivere bene, ma se non si ha nulla a dire, scrittori non si diventa. Ora, ammettendo pure senza restrizioni l’abilità dello scrivere, in qual modo si può da tale abilità ritrarre un guadagno?
In Inghilterra e in America molte donne trovano da collocarsi quali reporter o corrispondenti di giornali; ma oltre che ciò rassomiglia più ad un impiego che alla letteratura propriamente detta, non essendoci da noi l’uso, converrà aspettare che questa fonte di guadagni si apra. Le fanciulle nostre cui sorride il miraggio della scrittrice (ahi! brutta parola e brutta cosa), è il volume che vagheggiano, il volume civettuolo affacciato alla vetrina del libraio, il volume che si compera, che si legge, che si loda, che vola su tutte le bocche, in tutte le mani.... e che rende tesori: Versi, romanzo o novelle. Nello stesso modo che ho ammesso l’abilità dello scrivere, voglio ammettere che il volume prenda forma e si legga e si lodi; è il resto che nella realtà corre meno liscio, perchè i gabinetti di lettura offrono un volume solo a migliaia di lettori col tenue prezzo dell’abbonamento: due e cinquanta al mese: e la creatura eccezionale che lo compera, si affretta a prestarlo a tutte le conoscenze, le quali a lor volta hanno amici intimi a cui non par vero di compartire lo stesso favore dimodocchè la vendita alla resa dei conti è illusoria e il guadagno del pari.
Ma c’è pur stato A. B.... — Dio mio, sì! l’eccezione, la solita, fatale eccezione: Di quanto mal fu matre il successo di un paio di volumi in dieci anni! Pensate; un paio di volumi in dieci anni; e saranno chi sa quanti scrittori! In Germania s’è fatto il calcolo; sono ventiduemila. Da noi poco ci mancherà. È serio parlare di guadagni sopra queste basi? La sola persona che disgraziatamente prende sul serio il guadagno degli scrittori in Italia è l’Esattore fiscale.
Non mai dunque è da consigliarsi l’occupazione dello scrivere novelle e romanzi a coloro che cercano un profitto materiale e veramente dannosi mi appaiono sotto questo rapporto i concorsi dei giornali che coll’esca di cinquanta o cento lire incitano a delinquere tanta onesta gente preparando delusioni e amarezze senza fine. Nemmeno il più grande ingegno può essere sicuro di raggiungere il successo letterario nel pubblico, quel tal successo che frutta denari, perchè esso dipende da una quantità di cause anche momentanee, anche transitorie, anche ignote ed inafferrabili come è facile verificare esaminando il valore reale di certi successi; e come, facendo una prova contraria, ma che guida alla medesima conclusione, si resta meravigliati trovando alle volte vere gemme preziose perdute, sepolte ed inapprezzate in un libro che non ebbe fortuna.
Sfrondato così delle fallaci promesse che vi tesse intorno il desiderio, noi non ci occuperemo più del profitto materiale dello scrittore altro che per dichiarare essere quello della scrittrice più problematico ancora; e ciò non farà meraviglia riflettendo a quanto ho già dichiarato, vale a dire che pur ammettendo nella donna la possibilità di una vera vocazione letteraria, è duopo riconoscere che per mille cause interne ed esterne si presenta in proporzioni molto minori che non nell’uomo; più facile è quindi che si illudano in una falsa vocazione verso cui l’attuale movimento femminista spinge con tutti i miraggi di un nuovo ideale.
E veniamo a parlare della vocazione vera.
Chiunque, leggendo un libro ben fatto, prova la singolare impressione di aver pensato egli stesso tutto quanto l’autore ha scritto. È questa la vittoria immediata dello scrittore sul lettore; è la presa di dominio delle anime, è la violenza del connubio che fa balbettare all’anima soggiogata la parola sublime del delirio amoroso: Io sono tu!