Non vorrei pronunciare qui la parola virtù perchè è stata sciupata dalle religioni che dividono gli uomini in due categorie: i credenti e i non credenti. Ma questo parmi anche l’errore di certi sociologhi i quali vogliono giustificare ogni bruttura, ogni vizio della classe povera, quasi la classe che ha denari e coltura e che dovrebbe perciò essere modello di perfezione, non ripetesse sotto altre forme le stesse brutture, gli stessi vizii. Se non dunque virtù nel significato chiesastico, chiamisi pure con altro nome il sentimento morale. Esiste e non appartiene all’una piuttosto che all’altra classe, non può essere il frutto di combinazioni materiali nè di materiali progressi. Sorge da ogni classe e da ogni popolo, sorge fra i ceppi della miseria e fra quelli dell’opulenza, fra la corruzione ignorante e la corruzione sapiente. È desso che bisogna coltivare. Sorge raro e solitario, sperando nelle conquiste ideali che la presente lotta di appetiti intorbida e ricaccia in un lontano avvenire. Il trionfo della razza umana sarà quello.

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Ma non bisogna troppo affidarsi alla smania di collettivismo che domina l’ora presente. Coloro stessi che intendono di abolire fin l’ultimo privilegio di classe non faranno che spostarli dai nobili e dai potenti ai poveri ed ai plebei, mentre la verità è che non vi sono meriti di classe ma solamente meriti di persona. L’individuo vale per quello che è, non per la classe cui appartiene, la quale ugualmente non può nè inorgoglirsi nè vergognarsi di lui. Tutti gli uomini sono popolo; l’uomo solo è qualcuno.

Lo stesso pregiudizio collettivista si infiltra nella questione femminile e minaccia il problema delle schiave bianche. Torno a ripetere volentieri che opporsi con tutti i mezzi all’inganno che trae fanciulle innocenti sulla mala via e punire severamente i corruttori sarà opera santa; non calcoliamo troppo tuttavia sopra questo mezzo; esso è limitato al pari dell’influenza della miseria. Per ben altre vie si turba e si corrompe l’animo femminile!

È anche necessario conservare un certo disprezzo per il fatto, non scusarlo e ammetterlo con sì larga dose di irresponsabilità, quasi a creargli intorno un’aureola di sacrificio e di poesia. Ricordiamoci che nella maggior parte di queste donne c’è una disposizione morbosa, una criminalità latente, non molto diversa da quella dei delinquenti e al pari di essa cedevole a stimoli smodati di vanità, mentre rimane insensibile a tutte le ragioni di ordine morale.

Infine, non vorrei mi si fraintendesse al punto di credere che la mia povera prosa tenda a intralciare l’opera dei filantropi. Al contrario, metto al loro servizio trent’anni di osservazioni sulla donna; esse potranno valere almeno come documento che l’importante questione è stata guardata da un altro punto di vista, con altro metodo e mezzi diversi e la conclusione è questa: Avanti! Avanti! Non avete finora fatto altro che sfiorare la corolla dell’immenso fiore del male. La radice è molto più in fondo.

LA DONNA DI SERVIZIO

Per quanto umile possa giudicarsi questo argomento, esso è parte così vitale della nostra esistenza quotidiana che non può a meno di interessare il maggior numero dei lettori. Esso è inoltre un ramo della grande questione sociale collegandosi cogli interessi degli abbienti e dei proletarii, nonchè dei femministi.

Ho scelto questo vocabolo donna di servizio a preferenza dei sinonimi suoi perchè, figlio genuino del nostro dialetto è anche il più preciso, il più chiaro, il più decoroso e indica perfettamente la persona unica che nelle nostre famiglie borghesi aiuta la padrona nel disimpegno delle domestiche faccende.

Fino a vent’anni fa dai borghi, dai paesucci, dai casolari, le fanciulle sia che fossero orfane o che si trovassero male in famiglia od anche solo ristrette e sopranumeraria al bisogno della piccola azienda movevano alla città in cerca di servizio, il quale rappresentava per esse l’asilo, la protezione, l’affetto. Perfettamente conscie della loro condizione, senza il desiderio di escirne, in cui luogo esisteva la volontà di distinguervisi e di farsi voler bene, entravano nella nuova casa con sentimenti tranquilli. Avvezze al lavoro, alle privazioni, agli stenti, al freddo d’inverno, al sollione d’estate, al cibo insufficiente, apprezzavano il vantaggio di lavorare in un ambiente sano, simpatico, al riparo dai morsi crudeli della povertà, alloggiate e nutrite cento volte meglio che nelle proprie case e di ciò si rallegravano, erano contente, erano paghe. L’ideale allora era di restare sempre nella stessa famiglia, di vedervi morire i vecchi, nascere i pargoli e dal loro umile posto prender parte a tutti gli avvenimenti, battere con un sol cuore nel cuore della casa. Invecchiate al servizio degli stessi padroni erano considerate con affetto, con riconoscenza, pensionate o aiutate in tutti i modi fino agli ultimi giorni. Era il tempo forse troppo calunniato delle disuguaglianze sociali che se davano luogo ad abusi sviluppavano pure gli istinti di generosità e di amore, i nobili sacrifici, le devozioni a tutta prova.