No, io non posso interessarmi ai miglioramenti materiali che tanto appassionano al giorno d’oggi perchè non vedo in essi alcuna forza di veri ideali. Se il denaro e l’istruzione (quanto denaro e quale istruzione?) bastassero a risolvere il problema morale, esso sarebbe già risolto in una maggiore moralità delle classi ricche. I ricchi provvisti di denaro e di istruzione dovrebbero essere il modello della virtù. Abbiamo noi questo? Credo bene che nessuno vorrà affermarlo. E allora? Questo è il nodo della questione.

Gli operai francesi che si citano sempre per i lauti stipendi e per la maggior coltura non sono più degli italiani viziosi ed alcoolici? Le operaie del Belgio che guadagnano quanto gli uomini e insieme agli uomini vivono in libero amore ed in concordi ubbriacature, potrebbero forse insegnare i buoni costumi alle operaie nostre più povere e più ignoranti? La miseria, questa famosa miseria, orco delle parole che fa inorridire tutte le altre, battuta da presso e rintracciata nella sua tana non si risolve il più delle volte in un desiderio di lusso e di vita comoda? Certo il moralista compatirà anche questo desiderio e lo troverà umano, ma è bene che ogni cosa abbia il suo posto ed ogni parola il suo significato.

Mi trovavo un giorno nel negozio di un libraio quando entrò una bella ed elegante signora a ritirare dei libri in abbonamento. Avendo preso interesse ad alcuni particolari della sua fisonomia, chiesi chi fosse. Il libraio, che di frasi fatte ne ode tante, rispose enfaticamente: “È una vittima della società! — Vale a dire? — Sa.... una di quelle donne!...„ — Scusi mi spieghi un poco come c’entra la società, perchè infine apparteniamo tutti alla società e mi preme sapere la parte di responsabilità che mi tocca. La prego dunque di narrarmi la storia di quella signora. — Il libraio, grave, incominciò: — “Anzitutto è una donna senza testa„.

Il fatto è autentico. Quante altre storie simili si potrebbero incominciare proprio così. Anzitutto è una donna senza testa!

Mi rivolgo a tutte le donne, alle madri di famiglia, alle direttrici di stabilimenti, a coloro infine che avvicinarono molte fanciulle in qualità di serventi, di operaie, di allieve. Ricordano le infingarde che non amano il lavoro? le vanerelle tutte prese dalla loro bellezza? le squilibrate? le sciocche? le impudenti? le insensibili e irriducibili? E non hanno mai pensato che costoro erano altrettante candidate.... alla schiavitù? Senza dubbio la maggior parte aiutate da circostanze favorevoli entrano nelle rotaie della vita comune; ma basta un urto, una piccola occasione, un cattivo esempio, qualche disgrazia, perchè si buttino alla mala vita. Sarà giusto dire che la colpa fu della società, della miseria, della mancata educazione? E tutte quelle che resistettero? Quante ne conobbi fra le tentazioni e la miseria, le quali avrebbero veramente avuto una attenuante al cadere, nate da genitori abbietti, cresciute alla ventura, analfabete, eppure salvate dalla rettitudine dei loro sentimenti! Perchè non si vuole tener conto di questo fattore altissimo in una questione dove le ragioni psichiche militano per lo meno alla pari colle circostanze esterne?

Una celebre orizzontale che viveva a Parigi sotto il secondo Impero e che lasciò le proprie memorie, narra il suo primo passo. Era figlia di un pastore protestante; aveva in casa pane, istruzione e buon numero di fratelli e sorelle. Un giorno tornando dalla scuola (aveva quattordici anni) incontra un signore che le narra delle storielle... Ella conosceva certamente l’avventura del Cappuccetto rosso, ma non ne seppe trarre un saggio ammonimento, poichè seguì lo sconosciuto a casa sua e il pastore non vide mai più la pecorella smarrita. Avrebbero agito in tal modo tutte le fanciulle? Anche cedendo alle lusinghe del... lupo, non sarebbero altre ritornate piangendo nelle braccia della madre? C’era dunque nella costruzione fisica e morale di quella fanciulla un alleato pronto a secondare le mosse del nemico. Non è questo che bisogna ricercare se si vuole che l’agitazione per la buona causa abbia uno scopo veramente efficace?

Ah! troppo comodo partito è quello di gettare ogni responsabilità sulle braccia vaghe della miseria e dell’ignoranza!

E mi rivolgo ora agli uomini. Dicano essi in quale incommensurabile raccolta di stupidaggine innata, di insensibilità e di impostura affogano le eccezionali creature cadute nel baratro per colpa degli altri. Quale sistemazione economica potrebbe far fronte alla stupidaggine ed alla vanità dei delinquenti nati? Dobbiamo avere pietà per costoro. Abbiamola. Ma pietà efficace non deve sciuparsi in sentimentalismi, i quali, non fosse altro, fanno perdere un tempo prezioso deviando il cercatore dal sentiero che guida alla verità.

Un forzato della Nuova Caledonia lasciò in alcuni quaderni scritti nel penitenziario un esempio chiaro di questa criminalità istintiva. Figlio di un avvocato che spendeva la maggior parte del suo tempo e delle sue sostanze nella propaganda democratica, Alfonso Delfont rimasto orfano trovò un impiego di archivista; ma se in esso fece prova di intelligenza rivelò pure un carattere impetuoso e stravagante. Arrestato per moti sediziosi, fu rimesso in libertà, ma perdette l’impiego e cominciò allora nel suo cervello il fermento dell’odio contro la società. Ad onta di questo un amico di famiglia venne in suo aiuto offrendogli un impiego nella propria casa. Nè basta. Muore uno zio ricco e gli lascia da vivere agiatamente. Entra nell’esercito vi si distingue, è decorato, ha incombenze onorevoli. Qui si dovrebbe far punto. Invece sempre per la violenza e l’alterigia dei suoi modi schiaffeggia un superiore, è arrestato, condannato. Gli amici riescono a farlo fuggire. Ripara in Tunisia, rifà la sua fortuna, è creato bey... ma finisce all’ergastolo. Gravi, gravi assai questi problemi umani!

Torniamo alle schiave bianche che per tante vie si riuniscono al problema della delinquenza nata. Era certamente una di esse ch’io vidi nel baraccone di una fiera; insensibile al freddo di un rigidissimo gennaio sotto la maglia di cotone che la lasciava quasi nuda. Sulle prime pensai anch’io che la povertà l’avesse ridotta a fare quel mestiere e mi stringeva il cuore di profonda compassione. Se non chè, guardandola, i tratti del suo viso me ne rammentarono altri veduti in ben altri luoghi, tra i doppieri delle sale dove vanno i felici del mondo. Erano gli stessi occhi luccicanti e superficiali, le stesse mani ripugnanti al lavoro, lo stesso stigma di delinquenza scolpito in fronte. Non avevo che a cambiare la maglia di cotone con un sontuoso abito da ballo per vedervi fremere dentro la stessa lascivia. Che cosa facevano di diverso quelle signore educate in collegio? Non si offrivano forse per un gioiello o per un abito nuovo, tanto e quanto questa poveraccia? E se pure per questa la causa fu la miseria, quale scusa avranno avuta le altre e perchè non dovremo preoccuparcene? Perchè non dovremo ricercare tutte le cause che spingono una donna sulla lubrica via se vogliamo veramente trovare tutti i mezzi per salvarla? La società può fare qualche cosa in questo senso ma non riescirà a nulla se prima non si occupa ad elevare la coscienza individuale.