“Così amo io evocarla, magnificamente bella e soave, in una lunga veste di broccato d’oro dalle ampie maniche foderate di ermellini o di vaî, cinto il collo, adorna la fronte di gemme che pur scintillano meno dell’oro della sua chioma. Intorno a lei tutta la società del Rinascimento; bellissime dame e damigelle, adolescenti dalle lunghe chiome, cavalieri serrati nelle cotte di velluto, di zendado o di ermesino, scintillanti d’armi damaschinate. Volan per l’aria le strofe di Poliziano e di Lorenzo, si slancia verso il cielo la recente cupola di Brunellesco, ridon per tutta Italia le tele di un manipolo di grandi che comunicano altrui la gioia dei loro sogni immortali„.
***
E basta in fatto di citazioni. Lo studio su Isabella d’Este che vivendo in comunione di idee cogli uomini più insigni, cogli artisti più geniali, nella sua bella dimora di Mantova, felice e serena, si presenta certamente come la figura femminile più equilibrata e più limpida del periodo quattrocentesco, ispira al suo moderno panegirista una specie di invocazione a tutte le donne perchè abbiano a donarsi all’adorazione dell’arte, la sola verità terrena immutabile, la consolatrice eterna, quella che non tradirà mai e sarà per i cuori assetati di ideale una luce imperitura.
No dico di no. L’esortazione se non altro è nobile e bella e a non prenderla troppo alla lettera potrà anche essere utile. Dio ci guardi tuttavia dal cadere nell’errore, tanto comune in questi tempi di uguaglianza, che si possano foggiare le anime nella stessa guisa dei vestiti e che basti una pennellata di rosso o di bianco per metterle nella tinta di moda. Dell’arte si può dire quel che madama Guizot diceva della ragione: “La raison, par malheur, n’est faite que pour les gens raisonnables„. Oh! senza dubbio fin l’ultimo ciuchino è persuaso di ragionare e provatevi un po’ a domandare a Tizio ed a Sempronio se amano l’arte: vi risponderanno che ne van pazzi. Ma in verità vi dico che le vere anime d’artista sono rare e fuori di questo stato speciale di grazia l’arte serve anch’essa come tante altre cose belle a creare degli spostati e dei disgraziati. Lanciamo pure questa tavola di salvezza nel mare burrascoso delle vanità, ma non illudiamoci che essa tragga a salvamento il gregge umano. Solo qualche forte vi starà aggrappato.
Ben vengano tuttavia queste ricostruzioni di ideali o morti o travisati. Anche se la maggior parte dei lettori non vorrà vedervi che l’interesse di una storiella qualunque, cadrà pure in un’anima vigile la buona semente, e se questa è un’anima femminile sarà Isabella d’Este ancora che ci sorriderà nel suo individualismo squisito di donna intelligente e buona.
SCHIAVE BIANCHE
Due donne, l’una seduta ritta, l’altra sdraiata sopra un divano con una sigaretta fra le dita: questo il gruppo che uno scultore milanese presentò alcuni anni or sono ad una mostra di belle arti col titolo: Schiave bianche. Il gruppo per ragioni di pudore fu respinto e durante qualche tempo, esposto nella vetrina di un negozio, attirò gli sguardi di tutti i curiosi i quali naturalmente scissi in due fazioni approvavano o biasimavano il verdetto del comitato.
Per verità il gruppo in sè stesso non giustificava il rigore del rifiuto. Nulla vi era nella posa e nell’abbigliamento delle due donne che potesse stonare in mezzo alle ninfe ed alle bagnanti, assai meno vestite, che sogliono popolare le esposizioni. Il titolo fu quello che impaurì i signori della giuria. Coll’innocente appellativo di Oziose o qualsiasi altro del genere, il gruppo sarebbe passato senza lode e senza infamia, inosservato forse. Ma si chiamava schiave bianche coll’evidente intenzione di oltrepassare il fine dell’arte, richiamando il pensiero sopra una questione d’ordine morale; e la commissione per le belle arti, presa così all’improvviso da una metafora che le metteva brutalmente dinanzi ciò che gli uomini sogliono relegare nelle loro memorie più nascoste e più gelose, si impennò, arrossì di tutte le debolezze passate, presenti e future, come se una mano violenta avesse strappato a quei signori l’ultimo velo del pudore. Cento ricordi lontani, dimenticati, soffocati, reietti nel cantuccio più vile dell’essere, come si cela la biancheria sudicia nel punto più buio della casa, dovettero sorgere nell’animo di quelle egregie persone. Cittadini, mariti, padri, essi non potevano permettere che le loro spose e le loro figlie contemplassero riprodotta nella plasticità della creta e nell’aureola dell’arte, l’infima vergogna del sesso; senza riflettere che gli ignari di quelle vergogne ben poco l’avrebbero scorta nel gruppo incriminato, anche coll’aiuto del titolo.
Da allora, saranno circa dieci anni, l’argomento è salito agli onori della pubblica discussione e su questo soggetto delle schiave bianche si tennero conferenze, si scrissero articoli, si stabilirono commissioni, si apersero collette. Le donne oneste non temettero di mischiarsi al movimento, non solo, ma furono le prime a promuoverlo, le più ardenti a sostenerlo. Si potrebbe forse osservare che mancano un poco dell’esperienza del loro soggetto.... non certo di fede e di buona volontà! Ma anche la fede e la buona volontà hanno il loro lato manchevole quando si tratta di questioni tanto complesse. Mi pare intanto di dover avvertire che l’impostazione stessa della guerra che si vuol muovere pecca di vedute corte, unilaterali, vociando troppo quel ritornello ormai frusto per essere passato e ripassato su tutti gli organetti: la miseria e l’ignoranza. Colla miseria e coll’ignoranza oramai si vuol spiegare ogni cosa.
Premetto che l’opera di protezione per le fanciulle pericolanti o abbandonate è santa come tutto ciò che si fa in pro della giovinezza santa ma non nuova; ammetto che molte fanciulle sono tratte coll’inganno alla mala vita e qualcuna, ma qualcuna appena, dalla miseria. Sta bene. Si faccia per queste poverette tutto quello che si deve e vada ad esse la compassione materna di tutte le donne. Credere però che vincendo la miseria e l’ignoranza (poichè le due parole si ripetono insistentemente su tutti i toni e sole) venga sciolto il doloroso problema, è accordare a fattori materiali una importanza esagerata e di gran lunga inferiore alla loro potenzialità. Chi afferma che la miseria e l’ignoranza traggono la donna all’estrema degradazione dice parte della verità, non tutta la verità. Io anzi non mi perito ad asserire che la miseria e l’ignoranza non forniscono che una centesima parte di contingente al vizio, il quale si alimenta a fonti ben altrimenti oscure. Col voler dare alla miseria ed all’ignoranza tutta la colpa delle abbiettezze umane si sottrae l’attenzione della coscienza all’esame delle altre cause prevalenti; e ciò è di gravissimo danno, perchè non bisogna dimenticare che una molla lasciata inoperosa si guasta. Così deve essere dei sentimenti di dignità e di responsabilità che la comoda teoria di buttar tutto sulle spalle della miseria e dell’ignoranza finirà col paralizzare completamente.