Del resto leggiamo qui accanto il bozzetto di un’altra scrittrice celebre, incensata, adulata, laureata, con tutte le gioie infine e le soddisfazioni promesse dal femminismo; e tanto infelice, tanto infelice che vorrebbe morire, e morì infatti, perchè il suo Collatino non la corrisponde di pari affetto. Ho nominato Gaspara Stampa. Peccato ch’ella non possa venire a dare il suo voto nell’ardente polemica spezzando l’avello su cui sta scritto:

Per amar molto ed esser poco amata

Visse e morì infelice, ed or qui giace

La più fedele amante che sia stata.

Se scrivessi un articolo critico dovrei elogiare la molta erudizione addensata in questo volumetto, desiderando una maggiore semplicità di stile e un freno alle soverchie immagini; se un articolo morale rallegrarmi coll’autore per avere inneggiato largamente nelle sue eroine l’onestà; ma volendo considerare anzitutto la forza evocatrice che dà vita a questi bozzetti mi compiaccio di ritrovarla tale che ci fa rivivere nella precisione colorita della sua cornice il bel ritratto antico. Udite:

“Dalla sua stanza che mi figuro aperta per una trifora aguzza, il cui marmo gareggi in sottili spume coi merletti di Burano, su la laguna, ella non ode le allegre voci del popolo tripudiante; è forse la festa dell’Ascensione... è l’incoronazione di una dogaressa... Gaspara non se ne cura. Sola nella remota stanza, guarda il cuoio dorato delle pareti, i tappeti di Arras, il liuto che le giace a lato, il muso aguzzo del suo levriere e vede dappertutto come fosse veramente inciso ne’ suoi occhi umidi e nel suo povero cuore la figura del conte Collatino di Collalto! Invano un recente “Aldo Manuzio„ le posa aperto sul grembo; invano la tenta l’ultimo sonetto di monsignor Della Casa. Sul tavolino a tarsie il Sogno di Polifilo del monaco Francesco Colonna mostra le aperte pagine nitidamente incise, invano... Ella sorge dall’alta seggiola dalla spalliera in forma di lira, come quelle che vediamo nelle tele del Carpaccio, si appressa al balcone... e pensa che laggiù nell’acqua verde del Canalazzo troverebbe forse il riposo„.

***

Maria Antonietta, Laura, Giulia Récamier sfilano l’una dopo l’altra accarezzate con grande compiacenza dall’autore che ne ammira sopratutto la dote essenzialmente femminile della bellezza. Si direbbe anzi che questa sensazione della bellezza lo ubriaca e gli fa perdere qualche volta la misura. È forse per ciò che la sua anima pagana nutrita di classici splendori si raccoglie meglio dove maggiormente ne è pomposo il culto. Leggiamo la descrizione di Cleopatra: “Quale meraviglioso sogno di poeta può eguagliare la magnificenza della regale trireme che porta Cleopatra verso Tarso, navigando sulle brune acque del Cidno? La poppa è d’oro, i remi tutti d’argento, di porpora le vele che quali enormi farfalle fendono l’aria luminosa. Da tripodi d’oro si innalzano verso il cielo molli e sottili profumi; fanciulle vaghe come Nereidi recano intorno coppe preziose colme di vino biondo come il miele; garzoni belli come fanciulle offrono in piatti d’oro dolciumi prelibati; piccoli Etiopi bruni e lucenti agitano grandi ventagli composti colle piume di uccelli rari. Sopra il suo trono scintillante di gemme, tra la pompa di tappeti molli come chiome di Ondine, la Regina sta e aspetta vestita di porpora e di bisso: il serto regale cinge la sua breve fronte bianca come la luna, i suoi occhi splendono più delle gemme, la sua chioma profonda come le tenebre le ricade sugli omeri ignudi. Sistri e flauti, celati alla vista, suonano voluttuose melodie e la trireme si avanza maestosa„.

Non è vero che l’evocazione è perfetta? Ma l’autore è così innamorato del suo soggetto che soggiunge ancora: “Creare della gioia e beneficare l’umanità. Cleopatra fece della sua vita una grande opera d’arte. La sua vita è un capolavoro vissuto„. Su la qual cosa non credo che i femministi saranno d’accordo con lui.

Lo studio però che mi sembra più serio e più riuscito è il primo: Isabella d’Este Gonzaga. Della deliziosa principessa che si era composta “per sè ed a sua gloria una esistenza conforme alle sue inclinazioni„ che tutta visse per l’arte, per la grazia, la cui anima fresca e vibrante irraggiava su quante cose le stavano intorno, e che fu tanto saggia quanto bella, si hanno parecchi ritratti. Io però crederei di non sbagliare affermando che nessuno le somiglia, perchè il fàscino delle donne come Isabella d’Este difficilmente si può fissare sopra una tela. Essendo tutta luce e profumo di intellettualità, solo un genio ne conoscerebbe e potrebbe afferrarne il segreto. È veramente di Isabella il profilo disegnato da Leonardo da Vinci? Potrebbe, ma non ne siamo sicuri e tale incertezza paralizza i nostri entusiasmi. Alla Esposizione femminile che si tenne una di queste primavere in Milano vidi pure un ritratto molto suggestivo attribuito a questa principessa, senonchè il secolo decimoquinto è assai lontano e senza dubbio faremo meglio ad affidarci alla nostra immaginazione. L’autore del libretto ce ne offre l’esempio accomodando da par suo la splendida cornice. Ecco: