Dunque la donna non ebbe mai fino ad ora esplicazione alta e serena delle sue facoltà intellettive e spirituali; non ha mai vissuto secondo le proprie tendenze, non ha mai lottato, non ha mai lavorato, non realizzò mai nessun sogno di gloria! Tenetevelo per detto o sante, o eroine, o martiri di tutti i tempi, regine e principesse gloriose in trono, poetesse gloriose nelle leggende antiche, nelle Corti del Cinquecento, nelle Accademie del seicento, nei salotti del settecento; madri gloriose dei Genii, amanti gloriose, donne, legioni gloriose di donne i cui nomi sono inscritti nei fasti più puri della religione, della patria, della genialità intellettuale; voi non valete nulla, siete tutte bambole, gingilli, zeri. Vorrei nominare qualcuna, ma esse sono milioni. Insieme alle lagrime di S. Monica scorrono fiumi di lagrime materne; fiumi di sangue femminile scorrono insieme al sangue di Giovanna d’Arco; e il senno che Cristina e Maria Teresa ebbero in trono, milioni di donne lo ebbero nel reggimento della famiglia e dei negozi. Se le madri di Lamartine e di Goethe, se le mogli di Carlyle, di Michelet, di Confalonieri, di Garibaldi ebbero una pubblica esplicazione dei loro meriti, quante e quante virtuose, intelligenti, forti, attive, energiche, seminarono nell’ombra i loro tesori di mente e di cuore; ma allora non c’era il femminismo e si tira una riga alla storia.

È adesso che si incomincia a capire quali bambole fossero le donne del Testamento e di Roma pagana, fino alle prime martiri del Cristianesimo e alle monache del Medio Evo e, diciamo pure, alle Cortigiane poetesse della Rinascenza trasformate a traverso i secoli nelle dottoresse laureate alle Università del seicento, nelle eroine, perseguitate e uccise al tempo del Terrore, esuli volontarie nelle steppe della Siberia, compagne ai congiurati per la libertà della patria nelle carceri di Napoli e di Mantova. È dalla scomparsa di questi preziosi quanto inutili gingilli che deve sorgere la vera donna capace di ispirare all’uomo nobili e grandiose azioni.

Oh! Beatrice, come mai potè il sommo Alighieri illudersi al punto da creare per te un paradiso? E come potè la marchesa di Pescara nella impossibilità di esplicare le proprie facoltà intellettive e spirituali lasciarci poesie che si ammirano ancora e avvincere a sè nella aureola purissima dell’ammirazione il più grande ingegno del suo tempo?

So già che quando avrò pubblicato queste pagine una qualche donna buona, gentile ed illusa dal miraggio femminista mi dirà “Ma non è vero che molti pregiudizii gravarono per lo passato e gravano in parte ancora sulla vita della donna e che troppa parte di esse vive in frivole occupazioni assorta? Non è nostro dovere elevare le sorelle a più eccelso ideale?„ Al che rispondo subito: Sissignora, pregiudizi ve ne furono e ve ne sono; errori anche ed anche colpe; ma mi provi, di disgrazia, che si esercitarono solo sulla donna e che l’uomo ne fu immune, allora potremo sollevare una questione femminista; fino a dimostrazione contraria mi lasci credere che esiste una sola questione la quale non è nè di femmine nè di maschi perchè è semplicemente la questione dell’umanità. Una volta i costumi erano rozzi, l’ignoranza maggiore, maggiori gli abusi — ciò tanto per la donna quanto per l’uomo — e quando progredirono, progredirono insieme e insieme furono liberi. Frivole e stolte donne si ebbero, si hanno, si avranno, tale e quale uomini frivoli e stolti. Tutti abbiamo bisogno di educarci, di migliorarci, e questo è quanto. Che bisogno c’è di una questione femminista dal momento che uomo e donna non formano che un essere solo?

Là, là, le conosco le opinioni del signor Lombroso sulla pretesa inferiorità della donna, ma sono persuasa che in fondo non ci crede neppure lui. Come può un naturalista ammettere che servendosi dei medesimi mezzi si mettano al mondo alternativamente esseri superiori ed esseri inferiori? Si potrebbe crederlo forse se i maschi li facessero gli uomini.

Nè superiori nè inferiori — ecco la formula del buon senso. Se vi sono delle differenze sono differenze di sesso che indicano appunto le diverse missioni nelle due parti del medesimo tutto. L’attività cerebrale e muscolare è indispensabile alla parte maschio e non lo è alla femmina, la quale ha ben altro a fare che sollevar pesi e calcolare incognite, perchè mi vorrete concedere che se a cercar fuscelli s’adoprerebbe volendo anche la femmina, il maschio non saprebbe in alcun modo ponzare le uova. E questa è la ragione che taglia la testa al toro.

Ma datevi pace, o femministi; se i doveri della donna non sono esattamente quelli dell’uomo, ciò non è da ascriversi a preconcetti arbitrari mummificati in vecchie forme, come si va dicendo, sibbene dalla natura stessa che non aspettò le nostre dispute per conformare i due sessi in modo diverso imponendo a ciascuno date funzioni vitali che non si possono nè confondere nè scambiare.

E se la missione della donna così gelosa, così delicata, così alta, così unica, le richiede spesso l’assorbimento di tutte le altre facoltà non compiangetela ma invidiatela. L’uomo sperpera ed ella raccoglie le forze della vita.

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Gli studi presentati nel volumetto che porta il titolo di Femminismo storico[1], e che sono sette, non accennano a una vera attitudine di combattimento, quantunque nell’ultimo studio su Giorgio Sand l’autore lanci qualche frecciata agli anti-femministi chiamandoli a giudicare la virilità dell’ingegno della insigne scrittrice; il che non vuol dir nulla per la causa del femminismo o direbbe precisamente l’opposto di quello che esso sostiene, cioè che i pregiudizi, le imposizioni, i legami, le così dette tirannie del sesso forte non impedirono un eccezionale ingegno di donna di farsi la sua strada nel mondo. L’esempio di Giorgio Sand sarebbe importante solo quando si riuscisse a dimostrare un vantaggio per l’umanità se tutte le donne le somigliassero. Quod non est in votis, mi pare, con tutta l’ammirazione dovuta a Giorgio Sand e che ben volentieri le rendo.