Aveva avuto una febbriciattola, leggera, tuttavia non le permettevano di alzarsi per quel giorno. Pioveva sempre, e nell'uggia del cielo grigio la camera sembrava per il confronto più lieta, coi parati nuovi, i veli della pettiniera candidissimi, i fiocchi azzurri così dolci all'occhio, i cristalli del lavabo lucenti, iridati, entro cui prolungava i suoi giorni un ciuffo di vaniglia, l'ultimo della stagione.
—Come è simpatica questa casa!—disse la mamma.
La signora Oldofredi era ancor giovane, piuttosto piccola e grassoccia, con una distinzione che le veniva dal sorriso, lo stesso sorriso malinconico di Marta; senonchè l'espressione serena di tutto il volto, la calma della persona, annunciavano un abito di filosofica indifferenza alle tempeste della vita, un partito preso di ottimismo ad ogni costo.
Aveva i capelli neri, acconciati con cura, le mani piccole e ben tenute, una sciarpa di trina allacciata con un ampio fiocco sotto la gola. Quando girava il capo le si vedevano scintillare i diamantini appesi all'orecchio.
Stava seduta sulla poltrona accanto al letto, e di lì fissava un paio di pianelle scalcagnate, poste dov'erano i vestiti di Marta.
—Che cosa guardi mamma?
—Sono tue queste pianelle?
—Sì, perchè?
—Non te le avevo comperate nuove, di pelle bianca, con una fodera di raso bleu marin che doveva accompagnare la vestaglia? E a proposito, dov'è la vestaglia?
—La mettevo nei primi tempi—rispose Marta con esitazione—poi mi parve di sciuparla inutilmente.