Chinossi, baciandola sulle guancie, sonoramente.
Marta rispose: addio—e si strinse nelle spalle, sembrandole che la stanza diventasse fredda.
* * *
Gli amici di Alberto Oriani non capivano perchè la sposina non fiorisse di quel rigoglio pieno ed espansivo che accompagna generalmente il passaggio dalla fanciulla alla donna.
Eppure Marta era felice; lo diceva a tutti, lo scriveva alla madre, ne era ella stessa convintissima. Se la malinconia l'assaliva qualche volta, era una malinconia vaga, uno scoraggiamento del quale non accusava Alberto, ma sè stessa.
Ella faceva continui confronti tra suo marito e gli altri mariti, trovando che Alberto li superava tutti in bontà, in gentilezza; certo non era molto espansivo, ma è forse necessario? Egli diceva spesso che l'amore, come lo descrivono i poeti, è un sogno da matti; e Marta ripeteva questa frase nelle lunghe ore della sera, le ore che Alberto passava in farmacia con gli amici. L'amore vero era quello che Alberto aveva offerto a lei: il suo nome, la sua casa, i suoi servi; i pasti presi insieme, le notti dormite insieme nella bella camera col parato a fiori; e poi, il bacio che egli le dava tutte le mattine, regolarmente, nello stesso tempo in cui allungava il braccio fuori dalla coltre per prendere il bicchier d'acqua sul comodino.
Prima ella si chiamava Oldofredi, adesso era Oriani; dalla città era passata in un borgo; poteva mettere piume sul cappello e diamanti alle orecchie; in casa della mamma mangiava a un tavolinetto rotondo, con un servizio di terraglia bianca di Germania; nella nuova casa la tavola era quadrata e il servizio antico con dei fiori rossi e blù. Per ventitrè anni si era sentita chiamare signorina, ora la chiamavano signora e qualcuno anche madama. Tutto ciò costituiva una grande differenza e il repentino cambiamento la stordiva; molto più che anche tutti i visi erano cambiati attorno a lei, cambiati i nomi, per cui le accadeva ancora tratto tratto di pronunciare Matilde invece di Appollonia.
Forse Marta aveva sognato un cambiamento di un altro genere. Secondo lei era il suo proprio essere che doveva sorgere a nuova vita, tocco da una forza misteriosa e potente. Il suo cuore, l'animo suo, i suoi sensi che cosa avevano immaginato, che cosa aspettavano? Ella non si sentiva cambiata per nulla, si meravigliava e quasi si accusava di non aver scoperto nessuna ebbrezza nuova, e niente, ma niente, di quel trasporto che, giovinetta, le suscitava la sola parola—Amore.
Quando si gettava nelle braccia di Alberto, chiedendogli affannosamente se l'amava, e che egli sorridendo la assicurava di sì, una sensazione di freddo le correva dalla testa ai piedi, l'angoscia dolorosa di uno sforzo senza riuscita, l'abbattimento di un carcerato che si slancia contro l'uscio della prigione e la trova chiusa.
In quei momenti Marta diventava pallida.