Una domestica dall'aspetto e dall'accento forestiero, dopo qualche minuto di esitazione introdusse le visitatrici in un salotto molto elegante. E aspettarono.
Aspettarono un buon quarto d'ora, avendo così tutto il tempo di osservare l'arredamento nuovo e corretto, le poltrone che non sembravano tocche, le piramidi di album lucenti nei loro fregi e nei tagli dorati. Non un fiore, non un ricamo o un libro dimenticato, non uno sgabello fuori di posto; niente del benessere comodo e lieto che Marta aveva a casa sua; niente pure del disordine pieno di vita che, in casa Merelli, quattro bambini pieni di salute si incaricavano di mantenere costante.
Un fanciulletto di quattro anni, biondo, esile, con una faccina anemica, fu il primo a mostrarsi. La signora Merelli volle accarezzarlo, ma egli si ritrasse in silenzio contro lo stipite dell'uscio.
E passarono altri dieci minuti.
Venne poi il signor Gavazzini, nascondendo, sotto un fare cerimonioso, l'alterazione dei lineamenti, eccitati come dopo un alterco.
—Prego queste signore di scusarmi, e di scusare mia moglie; è un po' indisposta…
Nello stesso momento una signora alta, molto esile, con la stessa faccia anemica del bimbo, irruppe nel salotto; aveva un abito celeste e i capelli sciolti per metà sulle spalle in una acconciatura melodrammatica. Senza nemmeno guardare le due visitatrici, si rivolse bruscamente a Gavazzini.
—Sapete bene che ho proibito a mio figlio di entrare nel salotto.
La confusione di Gavazzini divenne contagiosa; anche Marta e la signora Merelli ne furono sorprese. Egli, con accento breve ed imperioso, usando parimenti il pronome della seconda persona, rispose che il bimbo era venuto in salotto da sè; poi, volgendosi alle signore, balbettò:
—Mia moglie… scusino… era… è indisposta. Ha voluto presentarsi egualmente.