La signora Gavazzini, in piedi, gualciva nervosamente i nastri del suo abito, mentre il bambino guardava ora lei, ora il padre, con due occhi malinconici.

Quando la signora Merelli espose timidamente lo scopo della visita, Gavazzini mise mano al portafogli e con perfetta cortesia le consegnò venti lire, guardando Marta con insistenza, tanto che ella sentì il suo facile rossore di sposina salirle subito alle guance.

—Mia cara—disse poi volgendosi alla moglie con ricuperato sangue freddo—ecco due buone e cortesi signore a cui potreste rendere sì bella visita. Che ne dite?

—Non si fanno visite, quando si vive in un chiostro come vivo io da cinque anni.

La voce aspra della signora Gavazzini echeggiava ancora nel salotto, che già le visitatrici avevano preso commiato, seguite da Gavazzini, il quale le volle accompagnare fin sulla porta, giustificando il contegno della moglie con la scusa di crisi nervosa. Sì dicendo faceva gli occhi teneri a Marta, tastandole il palmo della mano.

Marta uscì di là scandalizzata, incapace di parlare.

La signora Merelli, calma, domandò come le era parso quel nido di tortorelle, e, nella sua rassegnata conoscenza degli uomini, aggiunse che non vi era punto da stupire, che succede così spesso, spesso, assai più di quanto si creda.

—Che cosa le dissi una volta? Follie della luna di miele! Non durano.

—E quando—chiese Marta con la voce che le tremava un po'—la luna di miele non ha follie?

La signora Merelli riflettè un istante, crollò il capo e rispose con lentezza: