Marta si vestiva adagio, in piedi nel corsello; allacciando a malincuore il nastrino rosa della sua bella camicia da sposa, fermandosi a guardare il fogliame dei trafori che spiccava in rilievo sopra un fondo di piccole stelle.

Una delle sue preoccupazioni, prima di maritarsi, era stata quella di dover mostrare le braccia ad Alberto, i suoi braccini esili di bimba cresciuta presto. Fortuna, pensò, che non li ha nemmeno visti!

Strinse il busto, nuovo fiammante, punteggiato di seta bianca; allacciò sui fianchi un amore di gonnellino tutto a balze ricamate sopra un trasparente di flanella rosea—una gonnella pericolosa—aveva detto la mamma. Perchè? Infilò le calze, gli stivaletti, l'abito; era vestita.

Tornò a guardare Alberto e la riprese la commozione; una strana commozione fatta di desiderio e di rimpianto, di tenerezza ardentissima e di un freddo pauroso.—Oh! Alberto—mormorò con le mani giunte—se io mi fossi sbagliata, se non dovessi comprenderti…

La serietà della sua educazione e del suo temperamento sorgeva rigorosa in lei, inalberando il fantasma del dovere. Le pastoie dell'immaginazione dovevano scomparire davanti al compito austero della vita; assumeva ora una sacra missione, aveva in pugno la felicità e l'onore di quell'uomo, gli doveva tutto l'affetto, tutta l'ubbidienza, tutti i sacrifici. Si era sposata, era cosa sua.

Come avrebbe voluto fare qualche cosa di grande, di eroico, per mostrare la sua forza di amore! Fuggire dal mondo, seppellirsi viva in un deserto, rinunciare a tutto, ma coll'amore di Alberto, di quel bel giovane che ella si struggeva d'amare, al quale chiedeva ancora con un pauroso sgomento il responso della sua felicità.

Muta accanto al letto, sognava ebbrezze sconosciute, rapimenti lontani, indefiniti, pur temendo di risvegliare Alberto, guatandolo furtiva. Egli aveva un volto regolarissimo, il profilo nobile e puro; una fossetta nel mento, la barba morbida e fluente, divisa alla nazarena. I capelli vaporosi prendevano con la pressione del guanciale cento forme, improvvisando riccioli fanciulleschi, circondando capricciosamente l'orecchio di una delicatezza femminea.

Ma egli a che cosa pensava? Quali visioni gli attraversavano il sonno? Aveva sempre dormito così su un fianco, con un braccio sotto la testa, l'altro allungato? Così roseo, così calmo? Che cosa chiudeva la sfinge di quel bel volto e quando mai ella potrebbe, penetrandogli nell'anima, chiamarlo veramente suo?

Ella avrebbe tanto volontieri squarciata la sua mente e il suo cuore davanti a lui, per mostrargli che ne era compresa; per un bisogno irresistibile di fusione, che l'avvicinamento materiale aveva irritato senza soddisfare. No, non poteva essere sempre così e niente altro che così! Marta si sentiva ancora delle bende sugli occhi, dei lacci alle mani; andava ancora tentoni, non possedeva ancora l'amore, non aveva ancora afferrato il vero.

Un movimento di Alberto la scosse, e con naturale senso di pudore non volle essere scoperta a rimirarlo. Mosse verso la finestra da cui penetrava il gaio sole di marzo; alzò le tendine che coprivano i vetri e dette uno sguardo alla via; l'ignota via di quella città. Era un vicolo che metteva direttamente al porto, affollato in quell'ora da carretti, da facchini e da pescivendoli, i quali tutti vociferavano in un dialetto che Marta non capiva. Dette uno sguardo alle finestre dirimpetto, basse, prive di persiane, tutte munite di funi, sulle quali svolazzavano, asciugando, le biancherie.