—-Oh! sì, per un po' di tempo.
Marta non avvertì queste ultime parole, intenta ad immaginarsi l'Appollonia piccina, tonda, tonda, ruzzolare come una palla dal letto al focolare, dal focolare al lavatoio, pacifica, col suo bel faccione da luna piena.
—E quando tuo padre stava fuori alla notte, dormivi sola?
—Sola.
—Senza aver paura?
—Di che? Eravamo così poveri che la nostra casa non poteva tentare i ladri; andavo a letto già mezz'addormentata e qualche volta non mi ricordavo nemmeno di chiuder la porta. Una notte scoppiò un temporale fortissimo che mi spalancò tutto quanto l'uscio; l'acqua entrava a torrentelli ed alla luce dei lampi io la vedevo che saliva, saliva, portando in giro per la stanza le scarpe nuove di mio padre, tanto inzuppate alla fine che non si poterono più muovere e ci volle poi una settimana per farle asciugare. Fu la sola volta che ebbi paura.
—Avesti paura allora?
—Madonna santa, pareva il finimondo! Mi cacciavo sotto le lenzuola per non vedere e non sentire, ma vedevo e sentivo sempre; e credevo che le anime dei morti venissero a portarmi via in mezzo alle saette. Mio padre, il giorno dopo, mi battè ben bene perchè non ero scesa a chiudere l'uscio. Aveva ragione.
—Ragione di batterti?
—Ma sì.