Smaniava di vedere Alberto, di toccarlo, di persuadersi che era suo, che non le sarebbe sfuggito mai; e voleva dirgli che lo amava, che lo amava come Elvira, più di Elvira.

Piangeva, facendo rotolare i sassi cacciati dalla punta dell'ombrellino, divorando la via.

A un tratto le si parò davanti il dottorone, tenendo tutto il sentiero con la persona alta e grossa, con la tuba voluminosa, l'unica tuba che si vedesse in paese. Declamava versi, ma incontrando Marta si fermò. La giovine sposa lo interessava, non aveva mai tralasciato occasione di mostrarsele amico.

—Dove va?—le chiese senza complimenti.

—Vado incontro ad Alberto.

—Da questa parte?

—Non è di qui?

—No davvero. Ci arriverebbe ugualmente poichè tutte le strade conducono a Roma, ma forse non incontrerebbe per quest'oggi suo marito. Se permette, la metto io sulla dritta via.

Marta nell'imbarazzo aperse l'ombrellino per nascondere un po' la faccia, intanto che si ricomponeva.

—Settembre è il più bel mese dell'anno—soggiunse il dottorone, seguendo il corso de' suoi pensieri—i poeti dicono l'aprile, ma non è vero. In aprile piove troppo, i campi non hanno spighe, nè gli alberi frutti, le viti sono sfrondate, il sole non scalda, nevica qualche volta! Maggio è un po' meglio; abbiamo le fragole se non altro. Giugno glielo raccomando; tutto fiorisce, tutto sorge da terra, i campi sono uno splendore, i piselli e i fagiuolini si vendono a buon mercato. Tiriamo un velo sul luglio e l'agosto, è la sola cosa che si possa fare in un tempo in cui ci si leverebbe perfino la camicia…